Álvaro Bautista: Rollercoaster di un campione del mondo (Parte 2)

La possibilità di intervistare un pilota dall’esperienza e dal blasone di Álvaro Bautista è cosa rara e non così semplice per qualunque media. Eppure, Palmen in Motorradsport ha potuto farlo e ha potuto così conoscere meglio il pluricampione del mondo spagnolo e il suo percorso.
Se nella prima parte ci siamo concentrati sul 2026 e sui suoi primi anni nel Motomondiale, nella Parte 2 parliamo invece delle stagioni di Bautista in MotoGP e in Superbike, tra successi e periodi più difficili. Non manca infine uno spazio per parlare di media, futuro e figlie.
Álvaro, nel 2010 sei arrivato in MotoGP con Suzuki e hai poi corso anche col team Gresini, prima con Honda e poi con Aprilia, e la Ducati del team Aspar. Cosa dici dei tuoi anni in MotoGP?
Nel 2010 sono salito con Suzuki, che era sì una casa ufficiale, ma che comunque era sempre nelle retrovie e correva con gomme Bridgestone. Poi abbiamo lavorato e siamo migliorati molto specialmente al secondo anno, quando hanno iniziato a portarmi delle cose che avevo chiesto e siamo arrivati insieme a lottare per la top 5. Poi però è arrivato il ritorno ai motori da 1000cc, Suzuki ha deciso di ritirarsi e mi sono dovuto risistemare, trovando una sella nel team Gresini.
In generale sento che in MotoGP non ho mai avuto la moto giusta al momento giusto, anche perché dopo la Suzuki ho praticamente corso sempre con squadre satellite, in un periodo in cui ancora c’era molta differenza tra i team ufficiali e, appunto, i team satellite. Lo si è visto anche quando, nel 2018, ho sostituito Jorge Lorenzo a Phillip Island sulla Ducati ufficiale: non conoscevo la moto, era ben diversa da quella del team Aspar, ma ho subito lottato per il podio.
In MotoGP non ho mai potuto mostrare appieno il mio potenziale e lottare per il titolo. È andata così...

E quali sono i ricordi più belli di quel periodo?
I podi che ho fatto (tre, tutti con la Honda di Gresini, ndr), tante battaglie con Valentino Rossi quando correva con la Yamaha e quando nel 2012, con Gresini, sono arrivato quinto in campionato e sono stato il miglior pilota non ufficiale. Ricordo il mio primo podio in MotoGP, nel 2012 a Misano: ho chiuso terzo battendo al photofinish Andrea Dovizioso e sono salito sul podio con Jorge Lorenzo e Valentino Rossi. È stato bellissimo, perché tutti i tifosi erano accorsi sotto il podio e a un certo punto non si vedeva neanche più la pista da quanta gente c’era. Un momento del genere è indimenticabile per un pilota.
A un certo punto però sei rimasto fuori dalla MotoGP e sei approdato al Mondiale Superbike nel 2019. Come hai vissuto quel periodo?
Io non volevo venire in Superbike, anche perché quando sei là pensi che la Superbike sia un passo indietro rispetto alla MotoGP. In quel momento però sentivo di poter ancora dimostrare qualcosa e sinceramente non volevo andare in Moto2. Allora sì, ho accettato l’offerta di Ducati per la Superbike sperando di tornare a divertirmi. E alla fine sono contento di essere qui.
Penso che la Superbike non sia affatto inferiore alla MotoGP: è semplicemente un altro campionato, con moto e gomme diverse. Mi sono trovato subito benissimo e finalmente sono tornato a godermi il motociclismo, a poter dare il massimo e a vincere. È un campionato in crescita e sempre più piloti della MotoGP hanno smesso di vederla come una serie B. Hanno capito che è semplicemente un altro campionato, comunque di livello altissimo e con gare anche più spettacolari rispetto alla MotoGP, dove ormai con tutta la tecnologia e l’aerodinamica diventa più difficile vedere delle belle battaglie.
E cosa dici dei tuoi anni in Superbike finora?
Nel 2019 sono arrivato e ho iniziato subito a vincere tante gare (ben 11 consecutive, ndr). Non saprei nemmeno dire come mai ero subito così veloce: semplicemente avevo un gran feeling con la moto. Un feeling che però abbiamo perso nella seconda metà di stagione, quando ho iniziato a cadere e abbiamo commesso più errori, perdendo così il campionato. Forse in quel momento mi è mancata esperienza con la categoria, la moto, le gomme Pirelli e alcune piste che non conoscevo. Però siamo stati veloci e ho capito di poter ancora fare grandi cose.
Poi, nel 2020 e 2021, ho scommesso sulla proposta di Honda HRC per fare una squadra vincente in Superbike, con tanto di moto e squadra nuove. Il problema però è che forse c’erano troppe cose nuove tutte insieme e, anche se abbiamo fatto dei bei risultati e qualche podio, il livello della moto in quel momento era basso e in più dovevamo fare tanto lavoro per svilupparla.
Si è poi visto che il problema non ero io, perché tornando alla Ducati e avendo una migliore conoscenza del campionato, sono stato subito davanti e ho vinto il titolo sia nel 2022, sia nel 2023. In più ho vinto in entrambi gli anni battendo Jonathan Rea e Toprak Razgatlioglu, quindi si può dire tutto tranne che sia stato facile. Anzi, me la sono sudata.

Arriviamo così agli ultimi anni, in cui sei stato veloce ma non ti sei giocato il titolo.
Questo perché nel 2024 hanno introdotto la regola del peso minimo, che con queste moto non pareggia le prestazioni, ma penalizza i piloti bassi e leggeri come me. Prendiamo Dani Pedrosa: è andato fortissimo in 125cc e idem in 250cc, ma poi in MotoGP ha fatto fatica perché guidava una moto molto più grande e potente, con cui i piloti come noi faticano molto. Ecco, ora per regolamento una Superbike pesa 11 kg più di una MotoGP (168 contro i 157 della MotoGP, ndr). Aggiungendo i 7 kg di zavorra che devo mettere per raggiungere il peso minimo moto + pilota, nel mio caso arriviamo addirittura a 18. Già faccio fatica con la Superbike così come è, appunto per le dimensioni e il peso, ma ora è davvero difficile.
Se si guarda alle gare, quando battevo Rea e Razgatlioglu lo facevo andando via negli ultimi giri, perché gestivo meglio le gomme e la situazione in generale. Ma non ho mai dominato dall’inizio alla fine, visto che all’inizio faticavo a guidare al massimo col serbatoio pieno. Ora però è ancora peggio, perché a inizio gara non sono neanche più un pilota, ma un passeggero. Questo è pericoloso per me, perché posso cadere più facilmente, ma anche per gli altri, perché potrei coinvolgerli nelle mie cadute.
Negli ultimi anni ho chiuso terzo nel campionato, ma sono arrivato dietro a un pilota aiutato dalle concessioni (Toprak Razgatlioglu con BMW, ndr) e dietro al mio compagno di squadra, che però non è penalizzato (Nicolò Bulega, ndr). Di fatto, sono stato sempre il migliore tra i piloti rallentati da questa regola, facendo anche vittorie e tanti podi. Oggi, anche se facciamo il massimo che possiamo, lottare per una vittoria è davvero difficile. Al massimo possiamo lottare per il podio, ma vincere è praticamente impossibile.
Passando invece al tema dei media, come vivi il rapporto coi social network?
Vengo un po’ dalla “vecchia scuola”, quando i social network non erano ancora popolari, e quindi per certi aspetti sono una cosa nuova per me. Comunque, in generale, penso che forse in passato si parlava in modo più politicamente corretto, ma poi ho imparato che bisogna sempre dire la verità, come faccio adesso. Questo vale anche per i social network, che sono importanti anche per far capire la mia situazione.
Allo stesso tempo però cerco di non dare molta importanza a come parlano di me su queste piattaforme, perché alla fine tanta gente parla senza sapere o dicendo cose che non saprebbe dirti in faccia. Io dico comunque la verità, poi se alla gente piace o no va bene lo stesso.
E a questo punto della tua carriera, quali obiettivi hai ancora?
Non mi sento vecchio come dice la mia carta d'identità, però ammetto che non ho nessun obiettivo particolare in termini di traguardi e risultati. Continuo a correre perché sinceramente mi diverto molto, sto bene fisicamente e mentalmente e mi mantengo in forma. A volte anche mio padre mi chiede come mai continuo anziché smettere, dicendomi anche: “Ma perché continui se sei penalizzato? Hai già vinto gare e titoli e ci hai fatto divertire tanto, puoi anche smettere”. Ma la verità è che io amo le moto e mi piace correre e affrontare sfide. È per questo che voglio ancora continuare, nonostante l'età.

In conclusione, sei padre di due bambine (Olympia e Gina, ndr). Come vivono loro la tua carriera da pilota?
A volte mi chiedono perché devo viaggiare tanto anziché stare con loro (ride, ndr), ma a parte questo mi supportano tanto. Mi rende anche felice quando vengono alle gare, arrivo sul podio e mi chiedono: “Che numero hai oggi? L’1, il 2 o il 3?”. Dirò di più: se volessero anche loro correre in moto, le supporterei al massimo. Magari quando arriverà il momento avrò paura e mi pentirò, ma ad oggi posso dire che se volessero fare le pilote, le aiuterei in tutto e per tutto.
Palmen in Motorradsport ringrazia Álvaro Bautista per la disponibilità e Silvia Redaelli (addetta stampa del Barni Spark Racing Team) per aver organizzato e reso possibile l’intervista. A pilota e squadra i migliori auguri per le prossime gare e stagioni.