Álvaro Bautista: Rollercoaster di un campione del mondo (Parte 1)

Álvaro Bautista vanta più di venti stagioni nei campionati del mondo, culminate in tante vittorie e podi e tre titoli mondiali, di cui uno in 125cc e due in Superbike.
Oggi Bautista ha 41 anni, ma ha ancora tanta voglia di gareggiare e corre ancora nel Mondiale Superbike col Barni Spark Racing Team. Oltre ad essere uno dei piloti di riferimento del WorldSBK, il pilota spagnolo è uno dei nomi più ricordati del motociclismo internazionale negli ultimi 25 anni, grazie ai risultati menzionati sopra e anche alle positive prestazioni in MotoGP, dove dal 2010 al 2018 ha ottenuto tre podi e tanti piazzamenti nelle prime dieci posizioni pur non avendo i mezzi per giocarsi la vittoria.
Palmen in Motorradsport ha potuto intervistare Bautista e parlare con lui di tanti temi, tra attualità e passato e tra Motomondiale e Superbike. Ecco quindi la prima parte, in cui parliamo della stagione 2026, degli anni trascorsi nelle serie spagnole e in generale degli anni trascorsi tra 125cc e 250cc.
Álvaro, cosa puoi dire della stagione 2026?
È cominciata con molto lavoro, visto che ho cambiato squadra e siamo passati alla nuova Ducati. Purtroppo nei test invernali non abbiamo potuto lavorare, perché ha praticamente piovuto sempre, e quindi abbiamo dovuto aspettare i weekend di gara per proseguire con l’adattamento. L’inizio è stato forse più difficile di quello che aspettavamo, perché sto lavorando con persone diverse e non è facile cominciare da zero e capirsi subito bene. Inoltre, come detto, siamo passati al nuovo modello della Ducati V4R e ci sono alcune differenze rispetto alla moto usata fino al 2025.
Un po' alla volta stiamo mettendo tutti i pezzi al loro posto e il nostro obiettivo è quello di continuare a migliorarci e arrivare al nostro massimo potenziale. Senza test invernali dobbiamo usare i weekend di gara per provare alcune soluzioni, e chiaramente alcune funzionano e altre no, ma continueremo a lavorare per arrivare il più in alto possibile, nonostante la regola del peso minimo ci penalizzi.
Che differenze hai trovato nel lavorare con una squadra di alto livello, ma comunque indipendente come il Barni Spark Racing Team, rispetto al team ufficiale da cui vieni?
Più che nella squadra in sé, la differenza sta nelle persone. Nel team Aruba ho lavorato sempre con Giulio Nava, che è stato il mio capotecnico per tanti anni (ora lavora con Andrea Locatelli, ndr), e conoscevo molto bene tutti i meccanici. Anche solo con un sguardo, sapevamo di cosa avevamo bisogno. Col mio nuovo ingegnere, Luca Minelli, serve ancora un po' più di tempo, ma in generale sento un ottimo supporto anche essendo in una squadra indipendente, anche a livello di dati.
E quali sono le differenze tra la nuova Ducati Panigale V4R e il modello precedente?
A livello di telaio sembrano uguali, ma non lo sono. Inoltre, col forcellone bibraccio, la moto si comporta in maniera diversa a livello di bilanciamento: c’è un po' più di contatto con la ruota posteriore e questo si riflette anche sull’anteriore. Bisogna trovare il giusto equilibrio per spingere nel modo giusto sulle gomme. Ancora non siamo al top in questo, ma ci stiamo lavorando.

Dopo l’attualità facciamo un bel passo indietro e ripercorriamo la tua carriera. Partiamo dagli anni della Movistar Activa Joven Cup?
Quella coppa è stata una rivoluzione, perché non esisteva nulla di simile. Mi ricordo che tantissimi piloti avevano fatto domanda per poter fare le selezioni e alla fine ne avevano presi circa 400. Le selezioni si sono poi svolte a Jarama: andavamo tutti in pista e se venivi preso per la fase successiva, ti chiamavano e dovevi tornare al circuito. Alla fine di quei 400 piloti ne hanno selezionati 25 tra cui ragazzi come me, Dani Pedrosa, Raúl Jara, Joan Olivé e Julián Simón.
Quella per me è stata la prima esperienza con una moto da gran premio. Allora venivo da una coppa promozionale con moto da 50cc e passare a una 125GP è stata una sensazione incredibile. In più ho imparato tantissimo da Alberto Puig, che ci dava sempre tanti consigli su come guidare e gestire meglio la gara. Quegli anni, il 1999 e il 2000, sono stati fondamentali per la mia crescita.
E poi sei passato al CEV 125.
Sì, ma non con Movistar. Puig aveva una squadra anche nel CEV e lì hanno portato su dalla Movistar Cup Dani Pedrosa, Joan Olivé e Raúl Jara. Io purtroppo non ero stato preso e quindi ho dovuto fare un altro percorso per arrivare al campionato spagnolo. Ho corso un altro anno nella Movistar Cup e poi nel 2001 sono passato al CEV con una squadra piccolissima formata da me, mio padre e alcuni amici. Non avevamo grandi mezzi e, anzi, a metà stagione stavo per smettere perché non avevamo più budget.
Poi però mi ha chiamato il team By Queroseno Racing. Il loro pilota era Daniel Piñera, che aveva anche vinto la Movistar Cup nel 2000, ma a metà stagione si sono separati per scarsi risultati. Il team allora mi ha chiamato e mi ha detto che se avessi portato il budget che serviva, avrei potuto finire la stagione con loro. Con un prestito e l’aiuto di alcuni amici, ce l’abbiamo fatta e appena sono salito sulla moto ho fatto subito buoni risultati. Allora il titolare del team (Raúl Romero, ndr) è diventato il mio manager e mi ha trovato un’altra sistemazione.
E cosa racconti della stagione 2002?
Ho trovato posto nel team sponsorizzato dall’Atlético de Madrid e in quell’anno ho fatto secondo appena dietro a Héctor Barberà, che però allora correva già nel mondiale col team Aspar ed era praticamente un pilota ufficiale. La cosa più bella però è stata quando nel maggio del 2002 ho fatto la mia prima gara nel Mondiale 125cc a Jerez. A metà 2001 avevo quasi smesso, e un anno dopo correvo nel mondiale da wildcard. È stato un sogno per me.
E poi, come sappiamo, Clarence Seedorf ha creato una squadra per correre nel Mondiale 125cc e come pilota hanno scelto me. Nel 2003, quindi, sono arrivato al Motomondiale. Ho avuto tanti ostacoli, dal non essere preso nel team Movistar al rischio di smettere per mancanza di budget, ma il destino aveva deciso che dovevo arrivarci. E ci sono riuscito.
Come sono stati i primi anni di mondiale?
Siamo partiti in crescita con Seedorf Racing. Nel 2003 eravamo un team non ufficiale e usavamo gomme Bridgestone, ma nel 2004 il team ha preso Héctor Barberá e insieme abbiamo fatto ottimi risultati, compresi i miei primi podi nel mondiale (secondo in Gran Bretagna e terzo a Lusail, Sepang e Valencia, ndr).
Poi però nel 2005 hai avuto un anno molto difficile.
Teoricamente nel 2005 ero il pilota da battere, ma la squadra è passata da Aprilia a Honda e non siamo mai riusciti ad essere veloci. Per me è stato un anno durissimo (solo tre piazzamenti in top 10, ndr) e a fine stagione tante persone pensavano addirittura che fossi in crisi io come pilota. Io dentro di me sapevo che il problema era la moto e che non riuscivamo a farla funzionare, ma a un certo punto ho iniziato anche io a pensare che il problema fossi io.
Allora ho chiesto a mio padre, che mi ha sempre seguito nella mia carriera, se fosse il caso di parlare con uno psicologo. E lui, tutto incazzato, mi ha detto: “Tu hai bisogno di una moto e una squadra per vincere, non di uno psicologo!”. E cosa è successo poi? Che nel 2006 sono passato al team Aspar, ho vinto subito alla prima gara e lui mi è venuto a dire: “Vedi? Il miglior psicologo in assoluto è una moto che puoi guidare e può farti vincere”. E aveva ragione.

E alla fine hai vinto non solo la prima gara, ma anche altre gare e il titolo mondiale. Quali sono i ricordi più belli di quel 2006?
Sicuramente vincere il mondiale in sé è già fantastico, ma uno dei ricordi più belli non solo del 2006, ma di tutta la mia carriera, è quella vittoria alla prima gara della stagione. Eravamo a Jerez, una pista speciale per me, e c’erano tutta la mia famiglia e tanti amici. È stato fantastico vincere, soprattutto perché fino a pochi mesi prima la gente mi dava per finito.
E poi sono arrivate le stagioni in 250cc, sempre col team Aspar. Cosa racconti di quel periodo?
Ricordo con molto piacere soprattutto il primo anno, nel 2007, perché da rookie mi sono trovato a lottare contro piloti quali Jorge Lorenzo, Andrea Dovizioso, Alex De Angelis e Héctor Barberá. Da esordiente ho lottato per podi e vittorie con piloti fortissimi e già con esperienza nella categoria. E non solo: ho anche vinto delle gare contro di loro! (Mugello ed Estoril, ndr). Ho fatto anche varie cadute, più che altro per inesperienza, ma sono stato contentissimo di quella stagione.
Anche se nel 2008 ho lottato per il titolo con Marco Simoncelli, per me quello è stato uno dei miei migliori anni nel Motomondiale.
Parlando di due tempi, secondo te erano più formative rispetto a categorie come Moto3 e Moto2?
Per me la 125cc e la 250cc erano molto più formative: non c’era nessun controllo elettronico e quindi si vedeva davvero chi era bravo e chi no. Allora dovevi controllare l’acceleratore e la potenza col tuo polso. Inoltre, dovevi anche sapere davvero quando e come frenare, visto che non c'era il freno motore, e dovevi usare la frizione per scalare le marce. In generale, le moto a due tempi ti insegnavano molte più cose.
Anche se ogni epoca ha le sue moto e categorie, per me coi due tempi si vedeva davvero il valore del pilota. Adesso invece, con tanta tecnologia ed elettronica, è tutto più livellato ed è difficile capire davvero chi è il più forte, anche se nemmeno queste moto sono proprio facili da guidare. Ricordo anche quando ho provato per la prima volta una MotoGP: la moto andava fortissimo, sì, ma è stato strano non avere il totale controllo della moto per via dell’elettronica.

A presto con la Parte 2...