Tom Booth-Amos: Rinascere dopo la tempesta vissuta in Moto3

Tom Booth-Amos
Tom Booth-Amos dopo il podio al Motorland Aragon. Credit: WorldSBK

Uno dei nomi emersi ai vertici del Campionato del Mondo Supersport negli ultimi anni è Tom Booth-Amos, capace di salire più volte sul podio e anche sul gradino più alto.

Molti appassionati di motociclismo lo ricordano ancora per la sua esperienza nel Mondiale Moto3 nel 2019 (e per il video emerso tre anni dopo), ma “TBA” è riuscito a ripartire da zero dopo quella stagione difficile, ricostruendo la propria carriera grazie a vittorie e podi nel Mondiale Supersport 300. E il Mondiale Supersport non fa eccezione: il 30enne britannico, presenza fissa nel WorldSSP dal 2022, ha chiuso il 2025 al 4° posto assoluto e continua a salire sul podio con il PTR Triumph Racing Team, nonostante alcune gare travagliate tra cadute e altre difficoltà.

Palmen in Motorradsport ha avuto l’opportunità di intervistare Tom Booth-Amos per parlare del 2026, degli alti e bassi della sua carriera e molto altro, compresa una curiosità interessante su di lui.

 

Tom, come sta andando la stagione 2026?

Ovviamente l’inizio non è stato quello che mi aspettavo, perché ho avuto difficoltà sotto molti aspetti. Ma da Assen in poi ho ritrovato ciò di cui avevo bisogno con la moto e, come dimostrano i risultati, sono tornato a essere me stesso. Se riuscissi a finire la stagione nei primi tre posti sarebbe fantastico, ma sarà dura visto che sono indietro. Dopo essere andato bene l’anno scorso pensavo di poter lottare per il titolo, ma a volte le cose non vanno come previsto, purtroppo. Ora spero di poter lottare costantemente per podi e vittorie fino alla fine della stagione.

 

Ti aspetti quindi di tornare a vincere durante questa stagione?

Assolutamente sì. Dobbiamo mettere insieme tutti i pezzi del puzzle per riuscirci, ma sicuramente è possibile.

 

Tom Booth-Amos
In azione ad Assen (2026). Credit: PTR Triumph Racing

 

Torniamo indietro a quando praticavi uno sport diverso e poi sei passato alle corse motociclistiche. Cosa ti ha spinto a cambiare?

Ho sempre fatto ginnastica, da quando ho memoria. Non andavo proprio a scuola: mi allenavo ogni giorno in palestra con l’obiettivo di andare alle Olimpiadi. Ma un giorno, quando avevo 16 anni, ho semplicemente deciso che non volevo più farlo. Mi allenavo ogni giorno da quando avevo quattro o cinque anni e avevo solo un giorno libero alla settimana. Era troppo e, nonostante fossi davvero bravo, non mi interessava più. Allora ho chiesto a mio padre, che è stato un pilota, di provare le corse motociclistiche. Era ciò che faceva lui e in più mio nonno correva con le auto. Per qualche motivo non mi avevano mai spinto verso questo mondo da bambino, ma alla fine ho fatto quel passo e abbiamo scoperto che me la cavavo molto bene.

 

E com’è stato l’inizio della tua carriera?

Non vengo da una famiglia ricca, quindi passavo da una squadra all’altra sperando che qualcuno mi offrisse una sella gratis. Poi, nel 2016, una squadra (RS City Lifting, ndr) mi ha offerto una moto e anche una wildcard per un Gran Premio nel 2017. Mi hanno chiesto 20.000 euro, una cifra abbastanza bassa, e siamo riusciti a mettere insieme i soldi grazie agli sponso. Ho quindi avuto una bella occasione, ma sapevo che sarebbe stato cruciale sfruttarla: se non avessi ottenuto nulla dopo quell’anno, avrei smesso.

Alla fine è stata una stagione fantastica: sono diventato Campione Britannico Moto3, ho vinto quasi tutte le gare e ho chiuso al 16° posto come wildcard la gara del Mondiale Moto3 a Silverstone. Poi, fortunatamente, sono stato notato da Dorna e Honda e da lì la mia carriera ha preso il volo. A essere sincero, è stata pura fortuna: mi ero trovato nel posto giusto al momento giusto. Se non fosse andata così, oggi probabilmente sarei a casa.

 

Poi sei passato al Mondiale Junior Moto3 con il British Talent Team, ma hai vissuto un anno difficile.

È stato un anno duro. Mi sono infortunato più volte e in generale è stato un grande cambiamento passare dal campionato britannico a quello spagnolo. Non mi aspettavo che il salto fosse così grande: in pratica, vieni buttato in acqua e devi imparare a nuotare. Avevo un gran supporto, ma in sostanza ti buttavano nella mischia e ti dicevano di arrangiarti. È stato difficile, anche perché mi sono trasferito in Spagna quando ero ancora molto giovane.

Guardando indietro, mi sarebbe piaciuto fare due anni nel Mondiale Junior. Dopo una sola stagione però sono stato praticamente costretto a passare già al Mondiale Moto3. Era l’unica opzione che avevo per continuare.

 

Non c’era alcuna possibilità di restare un altro anno nel CEV?

No. Correre in Moto3 col team CIP Green Power era l’unica opzione disponibile, perché stando a loro non c’era posto per me nel CEV. E, detto chiaramente, credo che avessero bisogno di un pilota britannico nel Campionato del Mondo, probabilmente per motivi legati al contratto con la TV.

 

E com’è stata la tua stagione nel Mondiale Moto3?

È stata orribile. Non è stata una perdita di tempo, perché in Australia ho ottenuto un buon risultato e ho dimostrato di poter stare nel mondiale, ma per la situazione con la squadra e tutto il resto è stato un vero disastro. Tutti hanno visto il video di quello che è successo lì, ma questa è un’altra storia. Ero sostanzialmente in una squadra e in una struttura di livello amatoriale, e non ho mai avuto davvero l’opportunità, che credo meritassi, per mostrare di cosa ero capace. Alla fine dell’anno Dorna mi ha tolto il supporto economico e allora sono stato scaricato e non avevo nulla in mano.

 

Tom Booth-Amos
GP di Barcellona nel 2019.

 

Come hai vissuto quella situazione, quando sei rimasto fuori dal paddock MotoGP?

Una volta terminata la stagione, in realtà mi ero ritirato. Avevo deciso di chiuderla lì e non ero interessato a fare altro: avevo vissuto un anno così brutto da aver quasi perso l’amore per le corse. Poi un giorno mi ha chiamato Jeremy McWilliams mi ha chiamato e, dopo che gli avevo detto di non avere una moto, mi ha detto che ero troppo forte per restare a casa. Alla fine è stato proprio lui a procurarmi la sella nel Mondiale Supersport 300.

Allora non sapevo praticamente nulla di quel campionato, perché ero sempre stato concentrato sul Motomondiale e non seguivo il Mondiale Superbike, ma lui ha fatto tutto il possibile per farmi ottenere quel posto nella SSP300. Inoltre, ho firmato anche un ottimo accordo ufficiale con Kawasaki Europa, che ha finanziato le mie gare per i successivi quattro anni. Sono stato molto fortunato.

 

Cosa puoi dire delle tue stagioni nel WorldSSP300?

Una volta capito che stavo gareggiando di nuovo, ho ripreso slancio e ho iniziato a pensare che avrei potuto costruirmi una carriera in questo ambiente. Anche se era una strada diversa rispetto ai GP, la storia era la stessa: non avevo soldi, quindi dovevo lottare al massimo per riuscire a rimanere nel giro. È andata bene: ero in una buona squadra (RT Motorsports by SKM, ndr) ed ero circondato da brave persone. Nel 2021 ho chiuso secondo nel Mondiale Supersport 300, anche perché mentre lottavo per il titolo sono stato centrato da un altro pilota e mi sono infortunato. È stato un peccato, ma la stagione è andata comunque molto bene. Poi sono stato nuovamente scelto da Kawasaki e grazie a loro ho potuto correre nel Mondiale Supersport per le due stagioni successive.

 

Qual è stata la tua gara migliore nella Supersport 300?

Assen nel 2021. Sono caduto nella prima gara, ma poi ho vinto Gara 2 ed è stato speciale farlo nella gara di casa della mia squadra e dei suoi sponsor.

 

Come sono stati gli anni in Supersport con Kawasaki?

Ero con il team Prodina e sarò sempre grato a loro: non c’erano moto Kawasaki disponibili in griglia e loro hanno deciso di schierarne una in Supersport apposta per me. Ho apprezzato molto il loro impegno, anche perché si trattava di una categoria completamente nuova per loro. La 600 era nuova sia per me che per la squadra, quindi la stagione è stata ovviamente difficile. Inoltre mi sono rotto una gamba ad Assen e questo mi ha fatto saltare diverse gare.

Verso la fine della stagione il Motozoo Racing Team mi ha chiamato, mi ha detto che avrebbe sostituito il proprio pilota e mi ha chiesto se volessi disputare con loro gli ultimi tre round. Erano in Argentina, Indonesia e Australia e dovevo soltanto pagarmi i voli. Essendo libero (Prodina correva solo nelle gare europee, ndr), ho accettato l’offerta. Sono riuscito anche a chiudere una gara nella top 10 (8° in Gara 1 a Phillip Island, ndr), quindi sono rimasto molto soddisfatto e nel 2023 ho continuato con Motozoo. Ed è stato un buon anno: ho vinto il WorldSSP Challenge (classifica riservata ai piloti impegnati solo nei round europei, ndr), quindi è andata bene.

 

 

Poi sei passato alla Triumph e al team PTR. Come ci si sente a essere in questa posizione, da pilota britannico?

Ora sono un pilota ufficiale Triumph, ed è davvero fantastico. Sono con loro da tre anni e siamo diventati quasi amici, non soltanto colleghi di lavoro. E nonostante PTR sia una squadra britannica, in realtà ci sono pochi britannici qui e le persone che lavorano con me arrivano quasi tutte dall’estero (compreso il capotecnico Marco Agostini, ndr).

 

A questo punto della tua carriera, qual è il tuo obiettivo per il futuro?

A essere sincero, al momento non lo so. Arrivare al Mondiale Superbike è molto difficile, perché devi o portare mezzo milione di euro, o arrivare dalla MotoGP. Quindi ora sono concentrato soltanto sul vincere il titolo iridato, per me e per Triumph. Quest’anno non è più possibile, ma rimane comunque il mio obiettivo principale.

 

Saresti disposto a tornare al Motomondiale?

No, non tornerei indietro, anche perché ormai sono relativamente vecchio per quell’ambiente. Un paio di anni fa avevamo valutato la possibilità di passare in Moto2, ma alla fine non si è concretizzato nulla.

 

Hai ricevuto qualche offerta per correre in Moto2?

Qualsiasi pilota può ricevere un’offerta, se porta soldi (ride, ndr). Se hai mezzo milione di euro va bene, ma noi non li abbiamo. Comunque sono felice dove sono ora. Con Triumph, come ho già detto, l’obiettivo è provare a vincere il titolo.

 

Puoi raccontarci una curiosità su di te?

Ho una grande collezione di moto e auto d’epoca. Possiedo circa 50 moto e alcune sono davvero speciali. Ho una vecchia 125cc usata da Dani Pedrosa del campionato spagnolo, e ho anche una vecchia 250cc da Gran Premio guidata nel mondiale da Gregory Leblanc. Un mio amico la mantiene attiva, perché altrimenti resterebbe semplicemente ferma a casa mia, mentre così può partecipare a eventi e girare un po’ ovunque. Dopo Aragon sono stato a un festival dedicato alle moto storiche e lì ho sempre l’occasione di guidarne un paio. Nel 2025, per esempio, ho perfino guidato una delle moto utilizzate da Daijiro Kato. Sì... adoro i due tempi!

 

Per concludere, vuoi ringraziare qualcuno in particolare?

Vorrei ringraziare Triumph Factory Racing, che crede in me da ormai tre anni.

 

Palmen in Motorradsport ringrazia Tom Booth-Amos per la disponibilità e Ryan Lilly di Motocom Ltd per aver organizzato l’intervista. A “TBA” e al PTR Triumph Racing Team i migliori auguri per le prossime gare e stagioni.