Taiyo Aksu (Sportbike): "Essere qui per me è come un sogno"
Nel motociclismo mondiale ci sono storie che partono da molto lontano, di piloti che si trasferiscono da un continente o anche da un emisfero all'altro per inseguire il loro sogno, spesso in giovane età. Una di queste è la storia di Taiyo Aksu, pilota classe 2007 partito dall'Australia per correre poi in Giappone, in Spagna e ora nel Mondiale Sportbike. Un'avventura, quella nel WorldSPB, che Aksu sta affrontando con la Yamaha R7 del team PATA AG Motorsport Italia.
Palmen in Motorradsport ha intervistato Taiyo Aksu per parlare della stagione 2026 e, soprattutto, per ripercorrere il cammino che lo ha portato fino al palcoscenico iridato.
Taiyo, com’è iniziata la stagione per te? E quali sono i tuoi obiettivi per la campagna 2026?
A Portimão ho iniziato il mio primo anno nel mondiale e il mio primo anno con PATA AG Motorsport Italia. L’inizio è stato ovviamente piuttosto difficile, come per tutti i piloti Yamaha, e abbiamo avuto molti problemi che erano fuori dal controllo mio e del team. Penso però che passo dopo passo stiamo migliorando e ci stiamo avvicinando a dove vogliamo arrivare. Ovviamente voglio vincere, come ogni pilota, ma è più realistico essere il miglior pilota Yamaha e continuare a crescere gradualmente da lì.

Come ci si sente finalmente a essere in un campionato del mondo, a 19 anni?
Per me è ancora un po’ surreale, come un sogno. Essere nel campionato del mondo era il mio obiettivo fin da quando ho iniziato a correre, cosa che in realtà non è successa molto tempo fa: corro solo da quattro o cinque anni. Ovviamente prima guidavo occasionalmente, ma è da pochi anni che lo faccio sul serio. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza i miei genitori, perché hanno sacrificato tutto per me, e mio fratello minore Hikaru. Sono anche grato al team, perché mi hanno dato un’opportunità che non avrei nemmeno sognato di avere.
Prima del Mondiale Sportbike, hai corso nel campionato spagnolo ESBK con una 600cc. Quali sono le principali differenze tra queste due categorie?
Rispetto alla Yamaha R6, la R7 è completamente diversa. Il modo in cui la moto si comporta e reagisce, il motore quattro cilindri in linea della R6 rispetto al bicilindrico parallelo della R7… Per me la R7 ha molta più coppia, ma non la stessa velocità di punta. Rispetto alla R6, bisogna tenere il motore a regimi molto alti per andare forte. In ogni caso, penso che se continuiamo a lavorarci e svilupparla, potrà essere competitiva quanto lo era la R6 in Supersport.
Puoi parlare di come è iniziata la tua carriera?
La mia passione per le moto viene da mio padre. Mio padre non ha mai corso, ma ama le moto e ha sempre guidato su strada pensando di essere un pilota. In Australia lo chiameremmo uno “street Rossi” o un “campione della domenica” (ride, ndr). Mi ha fatto conoscere le moto fin da molto piccolo, in un momento in cui ero sempre a fare pazzie in bicicletta.
Quando avevo 7 o 8 anni siamo andati in campeggio per Natale e, al ritorno, c’era una piccola Yamaha PW50 sotto una coperta. È così che ho iniziato a girare. I miei genitori hanno fatto del loro meglio per permettermi di guidare ogni volta che potevano. Non ho mai fatto gare "serie" fino a 13 anni circa, quando ho iniziato con il flat track (come molti altri piloti in Australia, ndr). Ho disputato alcune gare del campionato australiano e alcune coppe, ma più per divertimento.
Quello che mi ha portato a prendere più seriamente le corse e a passare alla velocità su pista è stato il fatto che, nonostante guidassi pochissimo e in certi anni solo una o due volte ogni sei mesi, i miei genitori vedevano in me una grande fame di vittoria. Quando prendevo la moto, anche sei mesi dopo l'ultima volta, tornavo subito a lottare per la vittoria o a vincere. Così hanno detto: “Ok, possiamo farlo seriamente e provarci”.
Come sono stati i tuoi primi passi nella velocità?
Dal 2021 ho fatto due anni nel campionato australiano, nella classe 300. Nel 2022 abbiamo chiuso terzi, il che era comunque fantastico considerando che era solo il mio secondo anno di gare. Poi nel 2023 ho corso un anno in Giappone, nel campionato giapponese JP250 (parte dell'All Japan, ndr), ma per me è stato un anno molto complicato. In quel momento mi sono fatto molte domande su me stesso, se volessi continuare a correre o meno.

Cos’è successo esattamente?
Non voglio mettere nessuno in cattiva luce, ma ci sono stati molti problemi col team. Su alcune cose, avevamo visioni differenti. Inoltre mi sono trasferito in Giappone da solo a 16 anni, ed è stato un grande cambiamento: sono passato dal vivere con la mia famiglia e mio fratello minore e andare a scuola ogni giorno, al vivere dall’altra parte del mondo lontano da loro. Lavoravo sei giorni a settimana, pulendo auto per potermi pagare le gare. Per me il 2023 è stato un anno molto difficile, ma mi ha reso una persona mentalmente molto forte.
Alla fine di quell’anno stavo pensando di smettere di correre, ma sono stato abbastanza fortunato da incontrare Mitsuo Abe, il padre di Norick Abe. Lui mi ha preso sotto la sua ala e mi ha portato in Europa a correre nel campionato spagnolo. Mi ha presentato al team, mi ha trovato una casa, ha vissuto con me e mi allenavo con lui e con la famiglia di Yamaha Japan.
E come sono andate le tue stagioni in Spagna?
Nel 2024 e nel 2025 ho corso nella classe Superstock 600 con l’Arco Motor University Team, riuscendo a ottenere una vittoria, alcune pole position, molti podi e il quarto posto in classifica nel 2025. Non era il risultato che volevo, ma sono comunque soddisfatto.
Com’è stato trasferirsi in Europa, ancora più lontano dalla tua famiglia e dalla tua comfort zone, a un’età così giovane?
Una bella esperienza, a dire il vero. Forse altre persone lo vedono come un sacrificio, ma è così che posso inseguire il mio sogno e fare ciò che amo. Il sacrificio è che non posso fare alcune cose che fanno i miei amici in Australia, come uscire ogni weekend a fare festa e divertirmi. È triste non poter vedere la mia famiglia e tutte le altre persone, ma questo è ciò per cui lavoro duramente e per cui la mia famiglia sacrifica tutto. Una cosa che mi piace, e che amo.
In termini di ambiente, mentalità e così via, che differenze hai trovato tra Spagna, Australia e Giappone?
Penso che lo shock più grande per me sia stato il paddock e il modo in cui lavorano i team. Per me è stata una scalata continua, sotto questo aspetto. Sono partito dall'Australia e da un paddock fatto di piloti che sono lì con la mamma, il papà e un meccanico, perché quasi nessuno in Australia ha i soldi o le infrastrutture che esistono in Europa. Nei due anni in cui ho corso in Australia c’eravamo solo io e mio padre. Ero io il meccanico della mia moto: cambiavo le gomme, mio padre aiutava con la parte meccanica, ma alla fine eravamo solo io e lui e abbiamo fatto un lavoro incredibile.
In Giappone era già tutto più professionale: camion, telemetria, meccanici professionisti… Ma poi arrivi in Europa, e tutto diventa ancora più professionale. Si passa dai piccoli camion ai grandi bilici. Hai un team con due meccanici per moto, telemetria, dati e così via. E quando sono arrivato al mondiale, l’ho visto come qualcosa di incredibile: hospitality, piloti che fanno questo per vivere, il meglio del meglio... Una scalata continua, anche se devo dire che più o meno me lo aspettavo.

Hai hobby o altri sport che ti interessano, oltre alle corse motociclistiche?
Mi piacciono molto il ciclismo e la corsa. Sono una persona molto attiva. Quando non mi alleno, invece, di solito gioco alla PlayStation con i miei amici. Inoltre mi piace molto il calcio, soprattutto dopo averlo vissuto negli ultimi anni in Spagna e ora in Italia (vive a Bologna col suo team, ndr).
Nel tuo logo vediamo la bandiera australiana, quella giapponese e quella turca. Puoi raccontare qualcosa delle tue origini?
Mia madre è giapponese, mio padre è turco e si sono conosciuti in Australia. Poi sono nato io. Sono nato in Giappone, ma quando avevo 3 o 4 anni ci siamo trasferiti in Australia e sono cresciuto lì. Di sangue sono turco e giapponese, ma culturalmente direi australiano.
Ti senti più australiano, turco o giapponese come persona?
Quando sono in Giappone mi dicono che sono australiano. E quando sono in Australia mi dicono che sono giapponese. Penso che nel cuore io sia semplicemente 50 e 50. Quando vado in Giappone sento che il Giappone è casa mia. Spiritualmente, nel mio corpo, sento che quella è casa mia, ma quando sono in Australia tutta la mia famiglia e i miei amici sono lì. Se dovessi scegliere un posto dove vivere per il resto della mia vita, probabilmente direi Australia, perché è lì che sono cresciuto ed è lì che ho la mia casa.
Che obiettivo hai per la tua carriera?
Voglio diventare campione del mondo. Pluricampione del mondo, se possibile, che sia in MotoGP, Moto2, Supersport, Superbike o Sportbike...Tuttavia, ciò che mi farebbe davvero sentire realizzato è aiutare la prossima generazione. Quando ho iniziato a correre in Australia, non molte persone hanno aiutato me e mio padre. Molti facevano finta di aiutarmi, ma non facevano nulla di concreto o addirittura mi ostacolavano. Per la prossima generazione di piloti, voglio essere la persona che io non ho avuto.
Al momento, se chiedi chi sia il pilota più veloce mai visto nel WorldSBK, diresti Toprak Razgatlioglu, Álvaro Bautista o Jonathan Rea. Io spero che un giorno, quando qualcuno chiederà a un bambino chi sia il pilota più veloce del mondo, lui risponda: "Taiyo Aksu". Questo è il mio sogno.
E per concludere, Taiyo, il “Thank You Moment”: vuoi ringraziare qualcuno in particolare?
Voglio ringraziare i miei genitori, il team e tutti quelli che mi hanno dato un’opportunità. Ma il grazie più grande va a mio fratello. Sacrifica molto per me ed è il mio più grande sostenitore. È sempre lui che prima delle gare mi dice cose tipo: “Taiyo, alla prima curva vai all’interno”. Guarda tutto come un falco e gli sono molto grato, così come alle persone che ho menzionato prima.
Palmen in Motorradsport ringrazia Taiyo Aksu per il suo tempo e Michael Hill e il team PATA AG Motorsport Italia per aver reso possibile l’intervista. I migliori auguri al pilota e al team per le prossime gare e stagioni future.
Nota: a parte quella in copertina, tutte le foto sono prese dal sito del pilota.
