Josie Smith: Vivere e comunicare la F1 e il Motomondiale (Parte 1)

Josie Smith
Josie Smith.

Quando seguite le pagine social del vostro pilota, team o campionato preferito o leggete un comunicato stampa, potreste pensare che sia solo questione di raccontare cosa succede in pista o, nel caso dei social media, seguire anche le tendenze del momento. La realtà è però molto diversa, perché dietro a un comunicato o a un post c’è molto di più: una strategia da seguire, la coordinazione all’interno di un team, difficoltà varie e anche il delicato equilibrio tra l’essere umani e provare emozioni da una parte, e il dover fare il proprio lavoro dall’altra.

Palmen in Motorradsport ne ha parlato in una lunga intervista insieme a Josie Smith, persona che negli ultimi sei anni ha lavorato nella comunicazione prima in Formula 1 e poi nel Motomondiale. Con questo articolo vi porto la Parte 1 della nostra chiacchierata, in cui parliamo della carriera di Josie fino ad oggi, della gestione della comunicazione in Formula 1 e in MotoGP e anche della parte più emotiva del suo lavoro.

 

Josie, come ti sei appassionata al motorsport?

Ho iniziato a seguirlo con mio padre. Guardavo la Formula 1 già quando ero molto piccola, come parte della nostra routine della domenica. Mi piaceva molto anche scrivere, ero particolarmente brava in inglese a scuola e mi divertivo molto a inventare storie. Erano ancora tempi in cui le donne non erano molto presenti nel mondo delle corse. Quando dicevo ai miei professori che avrei voluto lavorare nel motorsport, mi dicevano di rinunciare, perché secondo loro non sarei arrivata da nessuna parte.

Dopo la scuola ho intrapreso una professione diversa, diventando infermiera veterinaria. Nel frattempo, però, ho iniziato a scrivere blog nel tempo libero, prima sulla Formula 1 e poi sulla MotoGP, pubblicandoli su Twitter e Linkedin. E nel 2019 una persona, che in seguito sarebbe diventata il mio capo, ha visto i miei articoli e mi ha contattato per dirmi: "Mi piace molto il tuo modo di scrivere e la passione che trasmetti. Se dovesse aprirsi una posizione, ti farò sapere". Ed è proprio quello che è successo nel 2020, durante il COVID: sono stata assunta e ho iniziato a lavorare in Formula 1, prima part time e poi a tempo pieno.

Sono stata molto fortunata, anche perché mi sono trovata in una posizione in cui la F1 era già molto importante, ma non c’era ancora così tanta concorrenza per entrare a lavorarci, come è invece oggi.

 

Come sono state le tue prime esperienze in Formula 1?

Lavoravo per un'agenzia chiamata Pace Six Four e i miei principali clienti erano George Russell e Lance Stroll. Per Lance mi occupavo principalmente dei contenuti di supporto per il suo sito web e collaboravo un po' con il suo management. Insieme abbiamo vissuto alcuni momenti davvero belli, soprattutto quando ha conquistato la pole position al Gran Premio di Turchia nel 2020. Vedere quanto fosse emozionato e poter raccontare quel momento è stato davvero bello.

Ho anche tanti bei ricordi legati a George Russell. Lavoravo in Formula 1 da appena tre settimane o un mese quando George ha dovuto sostituire Lewis Hamilton in Mercedes (in quel momento Russell correva ancora per la Williams, ndr). È stato pazzesco per me, perché mi ritrovavo a scrivere che avrebbe sostituito un pluricampione del mondo. Inoltre, mi occupavo anche del suo canale GR63: lo gestivo e passavo molto tempo coordinandomi col suo management e col team, oltre a interagire coi suoi tifosi. Attraverso questa esperienza ho vissuto alcuni piccoli traguardi, come i suoi primi punti in F1, il primo podio e l'annuncio del suo passaggio in Mercedes, dove sarebbe diventato compagno di squadra di Lewis Hamilton.

 

Come è proseguito poi il tuo percorso professionale?

Lavoravo in Pace Six Four come Digital Content Officer, quindi mi occupavo essenzialmente dei siti web e dei social media di alcuni clienti. Per un certo periodo ne ho seguiti circa cinque, poi i miei tre clienti principali sono diventati appunto Lance e George, più una pilota chiamata Reema Juffali, una talentuosa e gentilissima ragazza saudita che correva nel GT.

Nel 2023 ho lasciato l'agenzia per iniziare a lavorare come freelance ed è così che sono arrivata nel paddock MotoGP. Ho fondato un'agenzia insieme al mio partner di allora e nel 2023 abbiamo lavorato per il team American Racing in Moto2. Mi occupavo di comunicazione e social media: facevo da addetta stampa, content creator, responsabile della comunicazione...un po' di tutto. Quella è stata la mia prima esperienza nel Motomondiale. Sono rimasta in questo ambiente e ho lavorato con diversi clienti. Mi sono anche occupata di alcuni workshop per i piloti della Red Bull Rookies Cup, ai quali ho insegnato come presentarsi e gestire la propria presenza sui social media.

Infine, nel 2025 ho lavorato col team ELF Marc VDS Racing in Moto2. Ero la responsabile della comunicazione e dei social media e in più mi occupavo di gran parte del coordinamento con gli sponsor per gli eventi in circuito. In più ho lavorato anche con alcuni piloti: Collin Veijer, Jake Dixon, Eddie O'Shea e Jacob Roulstone.

 

Josie Smith
Josie Smith lavorando "dietro le quinte" con Filip Salac.

 

Cosa ti ha spinto a passare dalla F1 alla MotoGP?

Mi piace ancora tantissimo la Formula 1, ma volevo fare qualcosa di diverso. Lavoravo completamente da remoto, quindi trascorrevo moltissime ore al lavoro senza vedere nessuno. Era una situazione piuttosto alienante.

 

Quindi non sei stata a nessun Gran Premio in quel periodo?

Se lavori per un'agenzia in Formula 1, non è necessario essere presenti in circuito. Se ti occupi dei social media, quello è il tuo unico compito. Ci sono già altre persone sul posto che realizzano video e creano contenuti, mentre tu devi soltanto programmare e pubblicare i post.

 

Quali differenze hai riscontrato passando da un paddock all'altro?

Lavorare in F1 è completamente diverso rispetto a farlo in MotoGP. In Formula 1 lavori insieme ad altre persone e hai molte più risorse a disposizione, o almeno così è stato nella mia esperienza. In MotoGP invece la maggior parte dei team ha una sola persona che gestisce l'intera comunicazione, compresi i social media e i comunicati stampa. Mi sorprende abbastanza che in MotoGP questo lavoro sia ancora prevalentemente affidato a una sola persona.

Penso che la F1 abbia capito molto meglio il valore dei social media e di come presentare le persone, mostrando i propri piloti per quello che sono realmente: esseri umani, con una propria personalità che è possibile far conoscere al pubblico. Un altro aspetto importante è che la F1 è molto più rigida su questioni come i conflitti tra sponsor. Per rendere l’idea, se nell'immagine compare uno sponsor concorrente, non puoi utilizzarla, a meno che non sia uno sponsor dell'evento stesso e il tuo pilota non si trovi sul podio.

 

Preferisci far parte di un team di comunicazione come in Formula 1, oppure esserne l’unica responsabile come in MotoGP?

Dovrebbe esserci un equilibrio tra le due situazioni. Non mi piace essere completamente fuori dal circuito e dover dipendere da qualcun altro che faccia tutto al posto mio, ma allo stesso tempo non voglio ritrovarmi in una situazione in cui alle 23:00 sto ancora controllando il materiale inviatomi dai fotografi, montando video e modificando contenuti. A quel punto diventa troppo per una sola persona, e sarebbe troppo anche per due.

Tra lavorare in un team e lavorare da sola, preferisco la prima. Se in un certo momento non posso occuparmi di qualcosa, posso chiedere aiuto ad altre persone. In alcuni team di MotoGP, invece, non c'è nessun altro a cui rivolgersi. È il tuo lavoro e quindi devi farlo. Questo significa che spesso finisci per perderti momenti importanti. Capita anche che tu non riesca a essere il punto di riferimento per la diffusione di certe informazioni, perché nel frattempo sono già state pubblicate da circa 50 altri canali di notizie sulla MotoGP.

So che negli ultimi anni la situazione nel Motomondiale è migliorata, ma alcuni team continuano ad affidare i profili social e i comunicati stampa al proprio Team Coordinator, che in questo modo non può concentrarsi esclusivamente sul suo vero lavoro. E non dovrebbe succedere.

 

Quali sono i tuoi ricordi più belli degli anni trascorsi nel Motomondiale?

Il ricordo principale è probabilmente un momento nel 2023, quando ho visto Rory Skinner conquistare i suoi primi punti a Phillip Island. È stato un momento davvero speciale, perché per lui era stato un anno molto impegnativo: era passato dal BSB alla Moto2 e non aveva visto tanti circuiti da quando aveva corso nella Rookies Cup, quindi diversi anni prima.

Aggiungerei anche la vittoria di Jake Dixon a Sepang nel 2025, con un casco speciale dedicato a suo nonno. So quanto quel momento significasse per lui. Ci aveva raccontato tante storie di quanto suo nonno amasse la Malesia e di quanto fosse importante nella sua vita. Poter essere presente, almeno in parte, quando ha conquistato la pole position e poi la vittoria è stato fantastico. Vedere tutta l'emozione di Jake e assistere ai suoi festeggiamenti insieme al team, alla moglie e alla figlia è stato anche un vero sollievo, dato che poco prima era avvenuto il terribile incidente in Moto3 tra José Antonio Rueda e Noah Dettwiler.

Altri momenti molto felici sono stati la prima partenza in prima fila di Jacob Roulstone e, più in generale, il lavoro con Eddie O'Shea. È stato fantastico vederlo crescere e ambientarsi sempre di più nel team GRYD Racing e nel mondiale.

 

Qual è stato finora il momento più bello della tua carriera nella comunicazione in generale? E quello più difficile?

Il momento più bello della mia carriera è srtato quando ho annunciato il passaggio di George Russell in Mercedes, perché sapevo che era il suo sogno. È stato un onore averne fatto parte, anche se in piccola misura, e poter comunicare quella notizia a tutto il mondo. È stato bellissimo poi vedere tutti i messaggi degli altri piloti, dei tifosi e delle celebrità e pensare a quanta strada avesse fatto con Mercedes, dato che faceva parte del loro programma per giovani pilota da quando aveva 15 anni.

Il momento peggiore, invece, è stato annunciare l'ingaggio di Marcos Ramírez da parte di American Racing per il 2024, perché significava che l'esperienza di Rory Skinner nel Motomondiale stava per finire. Ero contenta per Marcos, perché tornava in un team con cui sembrava trovarsi molto bene, ma allo stesso tempo è stato davvero difficile dover preparare quell'annuncio, scrivere il comunicato stampa e comunicare che il percorso di Rory in Moto2 era terminato. Avrei voluto semplicemente scrivere: "Questa è la line-up per il 2024. Buonanotte".

 

Quanto è difficile, dal punto di vista della comunicazione, riuscire a bilanciare l'aspetto sportivo e quello emotivo?

È davvero difficile, soprattutto quando lavori in un team dove un pilota ha disputato un'ottima gara, mentre l'altro ha avuto una giornata negativa. È complicato trovarsi in un ambiente in cui una parte del box è molto delusa e l'altra è felicissima, perché ti ritrovi a metà tra due persone con cui trascorri più tempo che con la tua stessa famiglia. È difficile dire "Sono davvero felice per te, oggi sei stato fantastico" a un pilota e poi dover andare a consolare l’altro.

Nel 2025 mi è capitato spesso, perché Filip (Salac, ndr) ha avuto più difficoltà di Jake con la Boscoscuro. Ci sono stati momenti in cui festeggiavamo un buon risultato o un podio di Jake e subito dopo dovevo andare a cercare Filip per ottenere una sua dichiarazione per il comunicato stampa. Il Gran Premio d'Australia di quell'anno è stato particolarmente impegnativo da questo punto di vista. Non sapeva davvero cosa fare ed essere nell’altra parte del mondo, lontanissimo dalla sua famiglia, non ha aiutato.

Ci sono anche momenti in cui i piloti devono convivere col fatto che anche noi addetti proviamo delle emozioni. Durante le trasferte extraeuropee nel 2025, mio padre è stato ricoverato in ospedale in condizioni critiche alla vigilia del Gran Premio del Giappone. I piloti hanno dovuto quindi essere pazienti con me, per come stavo. Anche qui, ritrovarsi nell’altra parte del mondo in quel momento non ha aiutato. Molte persone del team mi facevano domande, perché vedevano che avevo dormito poco e non riuscivo a concentrarmi, e hanno dovuto portare pazienza con me. Una cosa però è stata positive: tutti sanno quanto sia difficile dover chiedere ad altre persone di prendersi cura di qualcuno, in un momento in cui si è così lontani da casa. Ho trovato molta comprensione sotto questo aspetto.

 

Josie Smith Jake Dixon
Josie insieme a Jake e Sarah Dixon dopo il podio al Sachsenring (2025).

Sono situazioni che coinvolgono tante persone, ognuna con le proprie emozioni.

Bisogna avere il massimo rispetto per tutti nel team e sapere che non puoi semplicemente gridare contro qualcuno, quando lui o lei si dimentica di fare qualcosa. Non sai mai come sta veramente una persona in quel momento. Ci sono anche persone che lavorano nel Motomondiale e hanno nostalgia di casa, ma quando succeed qualcosa non ne vogliono parlare. E poi i piloti hanno tante cose a cui pensare. Pensieri del tipo “Potrei infortunarmi”, “Uno dei miei amici potrebbe farsi male” or “Questo è il momento decisivo per ottenere quell’ingaggio”.

È importante anche avere un buon rapporto coi piloti con cui lavori, e capire chi sono e che tipo di persone sono. Per esempio, parlando dei piloti con cui ho lavorato finora, Collin Veijer e Jake Dixon sono piuttosto schietti, ma Filip Salac, Jacob Roulstone e Eddie O’Shea possono essere più emotivi rispetto agli altri due.

Quella tra sport ed emozioni è una linea molto sottile. Ed è difficile gestirla.

 

Cosa pensi del valore che la MotoGP dà ai social media?

Per così tanto tempo hanno considerato i social media come qualcosa di poco importante che, di fatto, non sono riusciti a valorizzare gli sponsor né a presentarsi come una piattaforma davvero interessante per chi vorrebbe mettere un adesivo sulla moto. Questo perché non sono poi così tante le persone che conoscono davvero la MotoGP.

Faccio un esempio: guardando TNT Sports, mi è capitato di vedere due pubblicità consecutive di sponsor Ferrari, entrambe con almeno un pilota Ferrari al loro interno. In MotoGP non succede. Le uniche pubblicità in cui compaiono piloti della MotoGP sono quelle sui social media. E basta.

 

Qual è in generale la tua opinione sulla direzione che stanno seguendo F1 e MotoGP, sotto questo aspetto?

Penso che al momento in Formula 1 abbiano preso la direzione migliore su come attirare nuovi tifosi. Mi piace, ad esempio, il modo in cui cercano di coinvolgere anche le persone che non conoscono realmente questo sport, realizzando contenuti che hanno anche una funzione educativa. Inoltre, sono molto bravi a reagire alle tendenze e a spiegare le penalità, fornendo anche le motivazioni delle decisioni che hanno preso. Hanno capito pienamente che la comunicazione è essenziale e importante per i tifosi, gli sponsor e tutte le persone coinvolte.

La MotoGP, invece, considera tutto ciò che riguarda la comunicazione come una cosa secondaria. So le prestazioni in pista hanno la priorità, ma se non hai il budget necessario per migliorare la moto, i componenti e il team, non potrai andare più forte né ingaggiare i piloti migliori. Questo perché non stai offrendo abbastanza valore ai tuoi sponsor e, di conseguenza, non puoi ottenere più budget. So che la Formula 1 ha imparato questa lezione molto tempo fa, mentre la MotoGP è ancora circa dieci anni indietro rispetto alla F1 e vent'anni indietro rispetto al calcio. Forse anche di più.

Nel Motomondiale, molte squadre continuano a considerare l'adesivo sulla moto come un elemento di valore per lo sponsor. Ma, di fatto, non fanno praticamente nient'altro per valorizzarlo, a parte qualche occasionale post su Instagram in cui qualcuno tiene in mano un prodotto o indica l'adesivo sulla tuta o sulla moto. Se mi limito a indicare qualcosa, lo spettatore certamente non perderà tempo per andare sul profilo dello sponsor e scoprire cosa fa realmente. Persomalmente, preferirei vedere un post del team che mi mostri cosa fa quello sponsor e quali vantaggi offre. Penso, ad esempio, a quando si mostra un casco che, nonostante una bruttissima caduta, ha soltanto qualche graffio. Ecco, questo è un contenuto che può essere davvero interessante per le persone.

Inoltre nel Motomondiale, soprattutto tra i team, non amano ammettere i propri errori e non comprendono quando nella comunicazione viene fatto qualcosa che può ferire qualcuno.

 

Lo abbiamo visto varie volte negli ultimi anni.

Ad esempio, nel 2024 Gresini Racing ha modificato con Photoshop le foto di tutti i membri del proprio staff, aggiungendo loro la pettinatura e le treccine di Lewis Hamilton. Ho chiesto ad alcuni miei amici di colore e ad altre persone che lavoravano in Formula 1: "Sono io a essere troppo sensibile, oppure è effettivamente razzista?". E tutti hanno concordato sul fatto che sì, era estremamente razzista. È anche per questo che le indiscrezioni secondo cui Lewis avrebbe voluto acquistare il team si sono immediatamente spente (la voce era circolata a metà del 2024, ndr). Non si può fare una cosa del genere e poi decidere che, siccome non offende te, non può offendere un'altra comunità.

Qualcosa di simile è successo in Giappone nello stesso anno. Quando hanno consegnato a Manuel González un hachimaki e lo hanno fotografato sulla griglia di partenza, non sapevano che quel gesto poteva risultare offensivo per il popolo cinese. QJMOTOR, che all'epoca era il loro sponsor principale in Moto2, si è subito arrabbiata. E cosa ha fatto il team? Ha semplicemente smesso di mostrare il logo QJMOTOR sulle proprie moto.

In F1, invece, abbiamo visto un comportamento opposto. Una volta la Racing Bulls, quando credo si chiamasse ancora AlphaTauri, ha pubblicato una locandina in vista del Gran Premio del Giappone e in quella locandina si vedeva il simbolo del Sol Levante. Quando i tifosi gli hanno fatto notare quanto fosse offensivo, il team ha cancellato il post e si è subito scusato, ammettendo che non si erano resi conto del problema e che avrebbero imparato da quell'esperienza. In F1, da parte dei team c'è molta più attenzione per ciò che possono utilizzare, soprattutto per quanto riguarda i simboli presenti nelle locandine e in altri contenuti di questo tipo.

 

A questo punto della tua carriera nel motorsport e nella comunicazione, hai un obiettivo particolare che vorresti raggiungere?

Mi piacerebbe tornare in MotoGP e lavorare per un team ufficiale. Penso che molti team abbiano piloti di cui non riescono a mostrare adeguatamente la personalità. In molti si concentrano troppo sui risultati e non abbastanza su chi siano realmente i piloti come persone. Mi piacerebbe poter lavorare per un team e mostrare al pubblico chi sono davvero i suoi piloti, non soltanto in quanto tali ma anche come persone.

Una realtà come KTM, per esempio, ha una vera e propria miniera d'oro di talenti, avendone così tanti piloti tra Moto2, Moto3 e MotoGP. Sarebbe davvero bello lavorare con loro, perché ci sono tanti piloti diversi e con personalità molto differenti. Mi piacerebbe poter collaborare coi loro piloti e aiutarli a mostrare un lato di sé che vada oltre quello che si vede in pista.

 

A presto per la Parte 2...Stay tuned!