Arnaud Vincent: Un campione del mondo dalla carriera atipica (Parte 1)

Quando Arnaud Vincent è diventato Campione del Mondo 125cc nel 2002, battendo Manuel Poggiali e Dani Pedrosa, avevo nove anni. Nel luglio del 2026, quasi a sorpresa, ho avuto l'opportunità di intervistarlo.
Tra questi due momenti sono trascorsi quasi ventiquattro anni e, come si suol dire, ne è passata di acqua sotto i ponti. Vincent si è ritirato dalle corse pochi anni dopo quel titolo iridato e oggi gestisce un'azienda specializzata in componenti per moto e mountain bike. Il richiamo della pista, però, non è mai svanito del tutto: alla fine del 2025, avendo ormai più di cinquant'anni (è nato nel 1974), è tornato a gareggiare per puro piacere nella KlassGP, campionato riservato alle storiche 125cc e 250cc a due tempi.
Palmen in Motorradsport non si è lasciato sfuggire l'occasione di incontrare il campione francese. Ne è nata una lunga chiacchierata che ripercorre una storia fuori dal comune: quella di un pilota che ha iniziato a correre molto tardi, ma che è stato capace di conquistare un titolo mondiale e di vivere un percorso che, per molti aspetti, oggi è quasi impossibile replicare.
Ecco a voi quindi la prima parte dell'intervista.
Arnaud, partiamo dall'inizio: come è cominciata la tua carriera?
All'inizio facevo il meccanico e partecipavo solo a delle gare in salita vicino a casa mia, con la mia moto stradale. Erano gli anni 1993 e 1994. Quell'esperienza mi ha convinto a provare a correre in maniera più professionale, quindi ho lavorato per mettere da parte i soldi necessari per comprarmi una moto da corsa. Ho iniziato a correre a vent'anni, quindi piuttosto tardi. Nel 1995 ho esordito nel campionato francese e già nel 1996 sono arrivato secondo, nonostante corressi con un team di livello amatoriale. Nel 1997 sono passato a una squadra più competitiva e ho corso contemporaneamente il campionato francese e quello europeo. Com'è andata? Ho vinto il titolo in entrambi!

Che ricordo hai della tua prima gara nella velocità?
Me la ricordo molto bene. Era su un circuito che non conoscevo e avevo pochissima esperienza, perché avevo guidato quella moto soltanto un paio di volte. Andavo completamente a sensazione e facevo tutto da solo: guidavo il furgone, lavoravo sulla moto, cambiavo le gomme...Alla fine conclusi la gara, credo al nono posto, ed ero già contentissimo.
Nel 1997 hai vinto il campionato francese e quello europeo con pochissima esperienza nelle gare. Te lo aspettavi?
No, assolutamente. In generale, all'inizio non pensavo di costruire una carriera come quella che ho avuto. Avevo iniziato molto tardi, come detto prima a vent'anni, e normalmente non è così che comincia una carriera nel motociclismo. Ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto e con la squadra giusta, riuscendo a guidare bene e a evitare cadute. Ho avuto fortuna e anche le condizioni ideali per farcela. All'inizio, però, non immaginavo minimamente il percorso che avrei fatto.
Come sei arrivato poi al Mondiale 125cccc?
È successo tutto molto in fretta. Nel 1998 sono arrivato direttamente al mondiale con pochi anni di gare, ma nonostante ciò la mia prima stagione iridata è stata positiva: sono salito sul podio in Germania con un secondo posto e ho concluso il campionato al 12° posto. Questo mi ha permesso di firmare poi col team di Jorge "Aspar" Martínez. È stata una grande opportunità, perché Jorge è stato quattro volte campione del mondo e mi ha insegnato tantissimo, sia sullo stile di guida sia su come mettere a punto la moto.
E questo ti ha anche aiutato nella strada verso il titolo mondiale conquistato nel 2002. Quali sono i ricordi più belli di quella stagione?
È stato come vivere un sogno. In quella stagione sono riuscito ad avere tutto quello che serve per vincere: una moto competitiva, una grande squadra (il team Imola Circuit Exalt Cycle Race di Fiorenzo Caponera, ndr) e ottimi meccanici. Nel Motomondiale non è facile mettere insieme tutti questi elementi nello stesso anno, ma ho avuto la fortuna di ritrovarmi in quella situazione. Sono stato molto costante, al punto che sono caduto una sola volta durante tutta la stagione, e ho avuto una moto che funzionava perfettamente e uno staff tecnico straordinario.

C'è una gara del 2002 che ricordi con particolare affetto?
Sì, quella in Inghilterra (a Donington Park, ndr). Durante tutte le sessioni di prove abbiamo avuto continui problemi elettrici in continuazione e questo mi ha portato a qualificarmi solo col 16° tempo. In gara, però, tutto ha funzionato perfettamente: sono partito bene, ho recuperato posizioni su posizioni e alla fine ho vinto. Ero convinto che non avrei minimamente lottato per la vittoria, e invece ho vissuto una delle gare più belle della mia carriera.
Ti ricordi le emozioni che hai provato quando sei diventato campione del mondo?
Sì, me lo ricordo benissimo. È stata un'emozione enorme. Durante l'ultima gara ero in lotta con Dani Pedrosa e ho cercato di mantenere la calma per tutta la corsa. Non potevo permettermi errori: avevo già 27 anni e sapevo che non avrei avuto un'altra opportunità di vincere il mondiale. Quando ho tagliato il traguardo davanti a Manuel Poggiali e ho capito di aver conquistato il titolo, è stato un momento indescrivibile. Quando sono arrivato al Motomondiale nel 1998, mi sono detto che avrei fatto tutto il possibile per diventare campione del mondo. Alla fine, ci sono riuscito.
Dopo il titolo mondiale, sei rimasto in 125cc passando alla KTM, che era al debutto nella categoria. L'avventura però non è andata bene. Cosa racconti di quella stagione?
Il 2003, per me, è stato un disastro. Il programma era di due anni: il primo per sviluppare la moto e il secondo per fare risultati. Purtroppo però tutto si è complicato già all'inizio. Il capo meccanico, Harald Bartol, era arrivato dalla Gilera portando con sé molta esperienza, ma anche diversi documenti tecnici. Di fatto la KTM era molto simile alla Gilera, al punto che Bartol e Gilera sono andati in tribunale.
A parte questo, la moto non andava e si rompeva continuamente. Io non dicevo nulla, perché avevo un contratto e pensavo che fosse un anno di "sacrificio" per preparare la stagione successiva. A un certo punto, però, hanno iniziato a dire che il problema ero io e che non spingevo abbastanza. Io non ero una persona che stava zitta e accettava tutto, quindi ho finito per discutere più volte con KTM e i loro tecnici. Alla fine mi hanno licenziato.
E hai concluso la stagione con un'altra squadra.
Sono passato al team Fontana Racing. Volevo ritrovare una moto il più possibile vicina a quella con cui avevo vinto il mondiale nel 2002. In generale la moto era la stessa, con la stessa ciclistica, le stesse gomme e le stesse sospensioni. Ciononostante, non ho ritrovato le stesse condizioni e soprattutto il motore non era competitivo come quello che avevo l'anno prima. Sono riuscito a ottenere un paio di piazzamenti nella top ten, ma sapevo che quello non era il mio vero livello. Con il materiale giusto, sarei potuto tornare davanti.

Come hai vissuto personalmente il passaggio dall'essere campione del mondo al ritrovarti in difficoltà già l'anno successivo?
In realtà lo sapevo. Non essendo più così giovane ed essendo io francese, non ero nella situazione migliore per ottenere una moto ufficiale nel Motomondiale. Bisogna capire che a quel livello il Motomondiale è anche un business. Se hai la nazionalità giusta, sei giovane e hai sponsor importanti, tutto diventa più semplice. È anche per questo che ci sono sempre stati tanti piloti spagnoli e italiani ai vertici. Ci sono costruttori come Aprilia e Ducati che hanno sempre avuto un occhio di riguardo per i piloti italiani e l'organizzatore del campionato ha sede in Spagna. Per come l'ho vissuta, è sempre stato così.
A presto per la Parte 2...
