Paco Díaz, uno dei fotografi di punta del Motomondiale (Parte 2)

L'intervista registrata insieme a Paco Díaz ha regalato tanti momenti intensi, tra ricordi e aneddoti.
E proprio su questo si concentra la seconda parte della nostra chiacchierata, in cui il noto fotografo spagnolo parla del rispetto per i piloti, del suo rapporto con Manu Tormo (suo socio nel Motomondiale e grande amico) e Carlos Tatay e anche di ricordi legati a piloti che ci hanno lasciati, come Hugo Millán e Borja Gómez. Non mancano inoltre i suoi obiettivi per il futuro, i ringraziamenti per chi ci è stato e un curioso aneddoto legato a Pedro Acosta. Ecco quindi la Parte 2 dell'intervista a Paco Díaz.
Paco, nella prima parte hai parlato di amicizie e di come si conoscono le persone nel paddock. Hai trovato qualche difficoltà nel Motomondiale, rispetto a quando eri nel JuniorGP?
L'ambiente del JuniorGP è più familiare. È normale: non c’è così tanta pressione, non c’è un grande interesse mediatico e in generale è più semplice socializzare. Sicuramente al mondiale mi ha aiutato molto conoscere tante persone incontrate nel JuniorGP, altrimenti avrei faticato molto di più. Ci sono piloti come David Alonso, Dani Holgado o Ángel Piqueras che conosco da quando erano piccolissimi, così come conosco i loro genitori. Conosco anche Diogo Moreira e suo padre, José Antonio Rueda...Non sembra, ma questo rende molto più semplice farti il tuo gruppo di amici nel paddock.
Inoltre, nel 2022 e quindi al mio primo anno nel mondiale, mi aiutava molto che ci fosse Carlos Tatay. Ora ha cambiato casa, ma prima vivevo a un minuto da lui. Io e Carlos stavamo insieme giorno e notte: andavamo in bici, andavo a casa sua...e anche se non c’era lui, mi vedevo coi suoi genitori.

Sei ancora in contatto con Tatay e la sua famiglia?
Ora ci vediamo di meno, visto che faccio il mondiale, ma continuiamo a sentirci, incontrarci e seguirci. In fondo, anche loro sono una famiglia per me. A volte scrivo a Carlos anche solo per insultarlo (ride, ndr), come quando mi manda delle foto con la macchina nuova e gli dico: “Sei un bastardo”. Ora ci vediamo meno frequentemente, ma il rapporto è sempre uguale a prima. Per me è un amico per tutta la vita.”
C’è stato un momento nella tua carriera da fotografo che è stato doloroso o difficile da superare?
Parecchi. L'incidente di Tatay è stata duro, perché ero lì a fare foto e l’ho visto in diretta. Tra l'altro avevo anche una foto della caduta, ma ho preferito cancellarla. Purtroppo ho visto in diretta anche l'incidente in cui è morto Hugo Millán, al Motorland Aragon. Conoscevo anche Borja Gómez, che è morto quest'anno nel JuniorGP a Magny-Cours. Conoscevo Borja perché quando ha corso nel Mondiale Moto2 con Fantic, nel 2023, io gli facevo le foto. Conosco anche suo padre e sua sorella.
Sono momenti in cui ti chiedi se davvero ne vale la pena. È un lato di questo sport che non piace, ma bisogna dire che altrove mi annoierei. Ho bisogno di adrenalina, proprio come i piloti. Anche se sanno che possono cadere, continuano a correre, perché vivono questo sport e la passione li domina. E qui si apre una riflessione importante...

Ti va di condividerla?
Tutta quella gente che critica tanto i piloti, lo fa perché non ha mai vissuto tutto questo per davvero. I piloti si sacrificano per tutto questo: passano tantissimo tempo lontano da casa, vedono a malapena la loro famiglia, trascorrono gran parte della loro vita ad allenarsi e devono sostenere costi molto importanti. La gente vede i piloti che sono già al top e guadagnano tanto, ma non dovremmo mai dimenticare che anche loro sono dovuti passare per fasi durissime: non poter uscire con gli amici, doversi allontanarsi dalla famiglia già da giovanissimi, perdersi eventi importanti appunto per la famiglia…Tutte cose che comunque non verranno mai ripagate dal denaro che si guadagna una volta arrivati al top.
Io lo dico a tutti quelli che parlano delle moto: venite a vedere i piloti dal vivo e fatelo non in MotoGP, ma quando si allenano. Basta vederli allenarsi, e vedrete che quelle persone non criticheranno più nessuno. Rimarranno in silenzio e diranno: “Non possiamo rimproverargli nulla”. I piloti vivono costantemente a duecento o trecento chilometri all’ora e questo, se non lo vedi di persona, non lo capisci. Ricordo quando andavo a fotografare un pilota del mondiale mentre si allenava in mezzo agli amatori e questi ultimi, rientrando ai box, chiedevano subito: "Ma come fa ad andare così forte?". Semplice: quando quelle persone erano al parco con gli amici, quel pilota era su una moto a girare in un kartodromo e non pensava a nulla se non ad allenarsi.
Hai anche menzionato piloti che non ci sono più, come Hugo Millán e Borja Gómez. Hai un ricordo particolare di loro?
Parlando di Hugo, ricordo che dovevo fare uno shooting coi piloti della Cuna de Campeone, e lui non faceva altro che sorridere. Allora gli dissi: “È difficile farti una foto in cui sei serio”. E lui: “Io non sono mai serio”. Quel momento me lo ricorderò per tutta la vita. Quando metteva il casco era il contrario, diventava un "killer" e sicuramente sarebbe arrivato al mondiale, ma a motori spenti sorrideva sempre e in tutte le foto che ho di lui vedi sorrisi.
Di Borja ho un ricordo simile. Borja aveva sempre il sorriso e si divertiva sempre in quello che faceva. Nel mondiale Moto2 non è andata bene, ma perché ci era arrivato troppo presto. Ha però sfruttato l’opportunità per vedere il mondo e vivere il sogno di correre nel Motomondiale. Alla fine possono succedere tante cose, ma la cosa più importante per un ragazzo è divertirsi. Hugo aveva quattordici anni quando ci ha lasciati, e Borja ne aveva venti o pochi di più. Ma quando avevo diciassette, diciotto anni, la mentalità era “bisogna divertirsi”, anche nei momenti difficili.

Potresti ora raccontare come è iniziata la collaborazione con Manu Tormo?
Ci siamo conosciuti a una gara del CEV ad Albacete, tramite un amico di sua cugina. Lì abbiamo iniziato a parlare molto, anche di foto, e a un certo punto ci siamo detti: “Vediamo se possiamo lavorare insieme”. E abbiamo iniziato a farlo: a uno piaceva fare una foto, all’altro un’altra...E oggi, diversi anni dopo, siamo ancora qui. In fondo è un amico, ma un amico con cui passi così tanto tempo che diventa una famiglia, e inoltre conosciamo molto bene l'uno la famiglia dell'altro.
In viaggio passo più tempo con lui che con la mia ragazza e lei si è ingelosita (ride, ndr). Scherzi a parte, siccome parliamo molto di moto, a un certo punto lei dice: “Andate voi due, vi lascio da soli”. Perché stiamo tutto il giorno a parlare di moto, siamo sempre in contatto, ci chiamiamo appena succede qualcosa, abitiamo a dieci minuti l'uno dall'altro...E anzi, capita spesso che se ho un problema, lo dico prima a lui che ai miei migliori amici. Insomma, la nostra è un'amicizia che va molto oltre la mera collaborazione professionale.
Parlando della tua carriera: hai un obiettivo particolare che vuoi raggiungere?
Il primo obiettivo è esserci quando Pedro Acosta diventerà Campione del Mondo MotoGP. Il secondo, invece, è esserci quando lo diventerà David Alonso. Questo non significa che poi smetterò di fare foto o di lavorare allo stesso modo, ma mi sentirei già realizzato se dovessero succedere queste cose. Ho già raggiunto il mio obiettivo, che era quello di arrivare qui, e ora voglio vedere loro raggiungere i propri.
Dico questo perché io posso raggiungere i miei obiettivi, ma se le persone intorno a me non ce la fanno, per me non vale la pena. Non voglio godermi solo i miei traguardi, ma anche i loro, perché è quello che rende davvero bella la vita. Che poi ho parlato di Pedro e David, ma ce ne sono tanti altri. Tra questi ci sono, ad esempio, Máximo Quiles e Álvaro Carpe.

Esserci, vivere i loro successi e raccontarli attraverso le tue foto.
Io ho sempre pensato a fare foto a un campione del mondo, ma ciò che mi interessa di più è vivere quei momenti. È bellissimo vedere le tue foto diffondersi sui social o sui giornali, ma io voglio anche vivere quei momenti. In questo senso è emblematico quanto successo con David Alonso (raccontato nella prima parte, ndr). Quella volta che mi ha chiesto di abbracciarlo invece di fargli le foto, mi ha detto: “Le foto sono bellissime, ma goditela”.
Quel momento mi ha cambiato. Se Pedro mi ha insegnato ad avere più fiducia in me stesso, David mi ha invece insegnato che bisogna vivere il momento e godersi la gioia per il traguardo raggiunto. Ora ti racconto una cosa che non sa quasi nessuno...
Vai!
Dopo aver vinto il mondiale in Moto2, io e Pedro siamo andati a cena con anche tutto il team e altre persone ancora, lì in Malesia. La cena è stata fantastica, ma poi è arrivato un momento in cui eravamo solo io, due ragazzi del racing service, Manu Tormo e Pedro, seduti a un tavolo lontani dalla festa. E di cosa stavamo parlando? Di cavolate varie. Non del titolo, ma di cose come il viaggio di ritorno, la stanchezza...Cose normali, insomma!
Alla fine di tutto, sono persone con cui parli ogni giorno. Sì, è un campione del mondo, ma a volte vuoi parlare anche di cose come quanto era buono il riso a pranzo, o di come stai...di cose normali tra amici, ecco. La gente pensa che in quei momenti si festeggi e basta, ma in realtà ciò che apprezzi davvero non è quello. È bello festeggiare, sì, ma la cosa migliore è passare del tempo con chi è stato con te tutto l’anno, o negli ultimi tre anni, anche in tranquillità. Sono questi i momenti più genuini e che restano davvero impressi nella mente.

Per finire, vuoi ringraziare qualcuno in particolare per questo tuo percorso?
Ringrazio soprattutto la mia famiglia, che mi ha sostenuto nonostante tutto. I primi anni non sono stati affatto semplici: guadagnavo poco e non uscivo mai, visto che spendevo tutti i miei guadagni per un'altra macchina fotografica, un obiettivo o le trasferte. Loro però ci sono sempre stati. Ringrazio inoltre la mia ragazza: quando pensavo che non valesse la pena continuare e che non sarei arrivato al mondiale, lei mi spingeva a dare il massimo e con lei sono migliorato e sono diventato anche più ambizioso.
Per me la cosa più importante non è che mi dicano quanto sono bravo, perché non mi aiuta a crescere. Preferisco invece che mi dicano la verità come fa anche la mia ragazza, che inoltre nei momenti difficili mi dice: “Ricordati del ragazzo che non usciva perché doveva fare foto, o perché non aveva soldi e doveva comprare una macchina fotografica”. Ecco, voglio essere lo stesso Paco Díaz di sempre. Sì, a volte posso andare a cena fuori, ma a me piace vivere la quotidianità con la mia famiglia, la mia ragazza e il mio cane, e poi andare a fare foto nei weekend.
Viaggiando molto durante l'anno, ho ancor più bisogno della mia gente. E quando parlo della "mia gente", intendo anche Manu Tormo, Pedro Acosta, Nico Terol, Vicente Vila (capo ufficio stampa del team Aspar, ndr) e tanti altri. Sono persone con cui parlo dopo il lavoro, con cui mi godo l'esperienza e vivo momenti indimenticabili. Alla fine ciò che importa maggiormente non è quanto sono belle le foto, ma la gente che ho conosciuto in questi anni tra mondiale, ESBK e JuniorGP. E per loro ho solo parole di ringraziamento, dal primo all’ultimo, perché hanno tutti avuto un ruolo importante nella mia crescita come persona e come fotografo.
E aggiungo anche le persone che non ci sono più: anche loro mi hanno aiutato tantissimo.
Palmen in Motorradsport ringrazia sentitamente Paco Díaz per questa straordinaria chiacchierata, e gli augura il massimo per le prossime stagioni.