Paco Díaz, uno dei fotografi di punta del Motomondiale (Parte 1)

Paco Díaz
Paco Díaz. Sergio Martínez

Il motociclismo, e in generale qualunque sport, emoziona le persone non solo grazie agli interpreti che vediamo in pista o in campo, ma anche grazie a chi lavora dietro le quinte. Sono quei lavoratori che spesso non vediamo direttamente, ma che contribuiscono in un modo o nell'altro allo spettacolo e alla sua diffusione sui vari mezzi di comunicazione.

Prendete per esempio i fotografi. Quante volte, da appassionati di uno sport, vi siete emozionati di fronte a uno scatto che raffigura il vostro idolo o un momento particolare o iconico? Molte, sicuramente. E quante volte vi siete chiesti il nome di chi, quella foto, l'ha scattata? Qualche volta, certo, ma molto meno spesso rispetto alla prima domanda. Ed è un peccato, perché se non fosse per fotografi tanto bravi quanto innamorati dello sport in cui lavorano, non avremmo certe foto entrate, in un modo o nell'altro, nei nostri cuori.

A Palmen in Motorradsport, ogni tanto, piace parlare anche degli addetti ai lavori di questo sport e lasciare che raccontino la loro storia. Ed è così che vi porto a conoscere un fotografo presente da alcuni anni nel Motomondiale, con già tante storie da raccontare e scatti diventati molto noti: Paco Díaz. L'intervista è stata registrata al GP della Repubblica Ceca a Brno, e qui potete leggerne la prima parte.

 

Paco, siamo qui per raccontare un po’ la tua storia. Prima di tutto, di cosa ti occupi?

Lavoro come fotografo ormai da tanti anni. Ho cominciato al Circuit Ricardo Tormo di Valencia insieme al mio socio, Manu Tormo. È iniziato come un hobby, ma sapevamo che prima o poi saremmo arrivati al mondiale. È stata dura, ma dopo vari anni passati tra JuniorGP ed ESBK, il campionato spagnolo, siamo riusciti ad arrivarci. E ora siamo qui come fotografi, e non di piloti o team qualunque. Basti pensare che nel 2024 abbiamo lavorato per tutti e tre i campioni del mondo, e quest'anno abbiamo continuato a lavorare con Pedro Acosta, Jorge Martín, Álex Rins, i team Aspar, MSI e MTA e molti altri.

 

Com’è lavorare con gente come Jorge Martín e Pedro Acosta?

Con loro è facile, perché ci conosciamo da tanti anni. Pedro lo conosco da quando ha iniziato nelle categorie inferiori, nella Cuna de Campeones, e conosco Jorge da quando ha cominciato a correre col team Aspar nel JuniorGP, per poi affrontare il primo anno nel mondiale. Gli scattavamo foto sia ai test a Valencia, sia quando andava ad allenarsi. È facile, perché ormai ci conosciamo da tanti anni.

Mi trovo molto bene anche con Rins. Non abbiamo lo stesso rapporto che ho con Pedro e Jorge, ma è comunque una di quelle persone che ti rendono tutto più facile. Questa è una cosa molto importante, perché devi creare un legame con il pilota per capire in che momento si trova, come sta e se sta bene fisicamente e psicologicamente. Per me è necessario essere non solo un fotografo, ma anche un amico.  

Jorge Martin Paco Díaz
Jorge Martín a Valencia nel 2025. Credit: Paco Díaz

 

Qual è la parte più difficile del tuo lavoro, e quella che ti piace di più?

La parte più difficile, chiaramente, è stare lontano da casa. È dura stare via tanto tempo dalla famiglia, dagli amici…soprattutto dalla famiglia. Quello che mi piace di più invece è poter essere parte della storia del motociclismo. Sono nel campionato del mondo e lo vivo, ed è esattamente quello che sognavo da bambino.

Per farti capire, il "mio" primo campione del mondo è stato Izan Guevara e già quello è stato incredibile. Ero al primo anno di mondiale e festeggiare subito un titolo, con un pilota per cui lavoravo e per giunta col team Aspar, che è di Valencia come me, è stato incredibile. E per me già questo era il massimo, o almeno lo è stato fino a quando Martín non è diventato Campione del Mondo in MotoGP nel 2024.

 

Sì, è bello quando piloti che conosci da tanto tempo vincono il mondiale, e tu lo celebri con loro e lavorando con loro.

Un mondiale è molto lungo e questo ti porta a esserci in tanti momenti per un pilota: la prima gara, la prima caduta, la prima vittoria, il primo podio, quando una gara non va bene...Ci sei nei momenti belli e in molti altri momenti difficili, che la gente non vede. Per questo, quando un pilota che conosci da tanto riesce a coronare il suo sogno, lo vivi ancora più intensamente.

Un esempio è David Alonso. Nel 2024 ha vinto il mondiale Moto3 in Giappone e io ero lì a scattare le mie foto per lui e la squadra. Conosco David da quando aveva sette o otto anni e posso dire che quando è così, in quel momento, non stai più guardando un pilota, ma un amico che ha realizzato il suo sogno e vuole anche condividerlo con te. A un certo punto, durante i festeggiamenti, lui mi ha tolto la macchina fotografica e mi ha detto: “Abbracciami!”.

Quel momento lo porterò per tutta la vita. È vero che bisogna essere professionale e fare il proprio lavoro, ma alla fine in quei momenti non puoi non lasciarti andare...

 

C’è una foto in particolare di cui vai molto orgoglioso?

Ne ho tante. Per la gente magari sono foto normali, ma per me alcune sono speciali, magari scattate in giorni in cui non stavo bene a casa o non era la mia giornata. Per esempio, quando Pedro Acosta stava per vincere il titolo in Moto2, io ero a casa malato e la febbre era talmente alta che stavo pensando di non partire. Alla fine però ho deciso di andare e ho detto al medico: “Devo esserci, non posso perdermi questo evento”.

Dopo due anni passati a lavorare con lui in Moto2, era il suo momento e volevo assolutamente essere lì. Alla fine, come sappiamo, ha vinto il titolo e la cosa curiosa è che una volta che ce l'ha fatta, non avevo più dolori né febbre: stavo benissimo. E proprio a quel giorno risale una foto per me molto speciale, dove Pedro fa il gesto dello squalo. Quella foto gliel'hanno fatta diversi fotografi, ma lui ha un poster in casa esattamente con la mia.  

Pedro Acosta Paco Díaz
Pedro Acosta a Sepang nel 2023. Credit. Paco Díaz 

Con Pedro ricordo che al suo primo anno in Moto2, entrambi abbiamo sofferto. Vinceva, ma non era costante spesso cadeva, arrivando anche a farsi male. Ma quando guardi una foto del genere, con quello che rappresenta, si dimentica qualunque momento brutto. Ed è il miglior premio possibile per tutti i sacrifici fatti, anche per me che ero arrivato in Malesia dopo 24 ore di viaggio fatte con 39 di febbre, e con tanti dubbi sull'esserci o meno.

 

Come è iniziato il tuo percorso nella fotografia e nel motociclismo?

Quando avevo 7 anni, sono andato al circuito di Valencia a vedere una gara di auto. Ero in tribuna con la mia famiglia, come qualsiasi tifoso, e quando ho visto la gara ho detto subito: “Voglio essere lì, a fare le foto, in pista”. Mi piaceva la fotografia, passione che forse mi ha trasmesso mia madre, e ho cercato subito di lavorare per raggiungere il mio obiettivo.

A 18 anni ho conosciuto Pablo, capo dell'ufficio stampa del circuito di Valencia, e avendo terminato gli studi mi sono offerto per fare le foto e fare pratica. Da allora, lavorando giorno e notte e girando tanto, ho scattato tantissime foto. Ecco, ho cominciato a 19 anni a fare foto e ora ne ho 36...Praticamente è già metà vita che faccio questo lavoro.

 

Cosa racconti delle tue prime esperienze nel motorsport?

Sono state difficili. Ero spaesato. Mi piaceva fare foto, ma c'è molta differenza tra scattarle per divertimento e lavorare come fotografo. Lo facevo per passione, senza sapere come funzionava il mondo. Poi però, piano piano, sono cresciuto come fotografo e come persona lavorando per il circuito di Valencia e nel frattempo ampliavo i miei contatti. Quando arrivava una gara, mandavo una mail a tutte le squadre e i piloti per offrire i miei servizi.

Il mio primo incarico è stato con un team italiano di un campionato Lamborghini, che credo ora faccia il mondiale GT. Il bello è non mi hanno conosciuto per una delle mie mail, ma semplicemente grazie al circuito: hanno visto le loro foto sui social e gli hanno scritto: “Ci piacciono le vostre foto. Chi è il fotografo?”. E così sono arrivato a lavorare con loro.

 

E che ricordi hai di quell'incarico?

Ero molto preoccupato, perché pensavo di non essere all'altezza. E quindi è successo che loro mi hanno chiesto 20 foto al mattino e 20 al pomeriggio...e io gliene ho mandate 200 al mattino e altre 200 al pomeriggio (ride, ndr). Avevo paura di sbagliare e quindi ho pensato che più ne mandavo, meglio era. Ma non era così e di fatto si sono spaventati per la grande quantità di foto.

Allora mi sono seduto col loro capo della comunicazione e gli ho detto detto: “Dimmi cosa ti serve esattamente e io lo faccio”. E lui mi ha risposto scherzando: “Puoi anche andare a casa, hai già fatto le foto per tutto il weekend!”. Allora mi hanno insegnato cosa cercavano: le foto per gli sponsor, quelle per il pilota...e basta. E il giorno dopo è andato tutto perfettamente, perché avevo capito cosa serviva davvero e cosa no.

 

E poi sei arrivato al JuniorGP. Quanti anni hai lavorato lì? E che ricordi hai?

Credo che, quando sono arrivato lì, si chiamasse ancora CEV Buckler (denominazione che ha preceduto FIM CEV Repsol e poi JuniorGP, ndr). Ho anche foto di allora di piloti che sono poi arrivati in MotoGP, come Iván Silva, o in Superbike, come Román Ramos. Tra l'altro allora io e Manu Tormo dormivamo in una tenda, non potendo ancora permetterci l'hotel, e semplicemente spendevamo quello che guadagnavamo per le trasferte e per la nostra passione.

Il primo team con cui ho lavorato è stato quello di Héctor Faubel. Ci siamo conosciuti tramite il circuito di Valencia, essendo anche lui di quelle zone, e mi ha subito proposto di lavorare per lui. Da lì sono rimasto in quel campionato per ben 11 anni e ho conosciuto tantissima gente: considera che conosco tutta la griglia di Moto3 e Moto2 e parte della griglia della MotoGP, tutto grazie al JuniorGP. Chi più, chi meno, quasi tutti sono passati davanti al mio obiettivo o a quello di Manu: María Herrera, Álex Rins, Pecco Bagnaia, Fabio Quartararo, lo stesso Pedro Acosta...giusto per citarne alcuni.  

Pedro Acosta Paco Díaz
Pedro Acosta a Valencia nel 2025. Credit: Paco Díaz

 

E come è arrivata poi l’opportunità di lavorare nel Motomondiale?

Io e Manu avevamo l'obiettivo di arrivarci facendo le cose per bene. Non volevamo lavorare lì soffrendo, ma farlo col sostegno delle squadre con cui già lavoravamo nel JuniorGP. Fortunatamente ci hanno voluti MTA, MSI e Aspar e quattro o cinque piloti, tutta gente che conoscevamo appunto dal JuniorGP. Abbiamo visto che i conti tornavano e quindi ci siamo buttati.

 

E che ricordi hai delle prime gare?

La prima gara è stata in Qatar e ricordo che eravamo davvero felici, perché stavamo vivendo un sogno. Subito dopo però c'è stato un piccolo "dramma": il secondo GP era quello di Indonesia, a Lombok, e allora eravamo ancora sotto COVID e controlli rigidissimi. Appena siamo arrivati a Giacarta, ci hanno portato a fare il PCR e poi ci hanno chiusi 24 ore in hotel, come da protocollo.

Il problema è che il giorno dopo dovevamo volare a Lombok, ma il risultato del test arrivò tardi, alle 5 o 6 di sera invece che alle 10 del mattino, e quindi abbiamo perso entrambi i voli che rimanevano: Giacarta-Bali e Bali-Lombok.  Da lì è iniziato il caos. Non avevamo internet sul cellulare, il Wi-Fi non andava...Quella notte non abbiamo dormito dallo stress. Per fortuna Sandra (Bañez, ndr) di Dorna ci ha chiamati per dirci: “C’è un volo charter che parte dopo l'evento pre-gara a Giacarta. Ci sono due posti liberi, se arrivate li prendete voi”. Ci ha salvato la vita: senza di lei, non avremmo fatto la seconda gara.

 

Però non è finita lì.

Per niente, perché dopo i problemi dell'andata, sono arrivati quelli del ritorno. Avendo preso il volo d’andata, la compagnia aveva venduto i nostri posti per il ritorno. Allora abbiamo pensato di prendere un traghetto per tornare a Giacarta da Lombok. Il problema è che nella giornata di domenica pioveva a dirotto, quindi hanno fermato tutti i traghetti. L'unica opzione che avevamo io e Manu per tornare a casa era quindi prendere l'aereo.

Il problema è che dovevamo arrivare all'aeroporto di Lombok alle 17:30 e, sempre per il maltempo, la gara della MotoGP è stata posticipata di molto. Alla fine è uscita la famosa sciamana di quell'edizione (diventata poi famosissima sui social, ndr) e, probabilmente proprio grazie a lei, ha smesso di piovere. Siamo usciti dal circuito alle 16:50 e arrivati all'aeroporto alle 17:15, pochissimo tempo prima del volo, e alla fine ce l'abbiamo fatta. Forse devo ringraziare proprio la sciamana per questo (ride, ndr). Ecco, quello è stato il GP più difficile della mia vita. Sei nell'altra parte del mondo, sei ancora nuovo nell'ambiente, non hai contatti...

Ora se mi succede aspetto uno o due giorni e poi prendo il primo volo, ma allora era tutto molto più difficile, anche perché abbiamo speso molto più denaro del previsto per via di tutti i voli cancellati.

 

Qual è il paese che finora ti ha sorpreso di più?

Il mio preferito è il Giappone. Era un mio sogno andare in Giappone e a Motegi, per vivere questo paese e l'atmosfera e la gente che lo caratterizzano. Da bambino mi svegliavo da solo alle tre o quattro del mattino per vedere il GP del Giappone o quello d'Australia, ed è stato bellissimo poter finalmente andarci, soprattutto in Giappone.

L'altro GP che adoro, guarda un po', è proprio quello di Indonesia. Dopo i tanti problemi avuti nel 2022, l'anno dopo sono andato lì con ancora quei brutti ricordi, ma poi ho capito quanto Lombok sia un posto speciale e bello. Ci sono poche auto, e molte moto, e il posto è ancora in gran parte formato da natura incontaminata.

Al primo anno volevo andarmene subito da Lombok, non mi interessava, ma ora posso starci anche un mese se voglio (ride, ndr). Ora ci godiamo tutto: la piscina, la spiaggia, i nostri amici...È un’altra cosa. Inoltre, al primo anno non avevamo così tanti amici, mentre ora ne abbiamo molti e formiamo un bel gruppo con persone come Pedro o Álex Escrig, con cui ci organizziamo ogni volta per andare in spiaggia o a cena.