Joan Olivé: Soddisfazioni e rimpianti nel Motomondiale (Parte 1)

Joan Olive
 Joan Olivé nel 2025. Credit: Palmen in Motorradsport

Quando si pensa al Motomondiale nei primi anni 2000, uno dei nomi che vengono in mente pensando soprattutto alla classe 125cc è sicuramente Joan Olivé, pilota che ha militato a lungo nella ottavo di litro.

Classe 1984, Olivé si è messo in luce in Spagna vincendo prima la Movistar Cup e poi il CEV 125cc, battendo anche piloti come Toni Elias, Álvaro Bautista e Dani Pedrosa. Mentre però questi piloti si facevano un nome e vincevano anche dei titoli mondiali, Olivé non andava oltre qualche podio in 125cc e diverse difficoltà, comprese anche delle difficili parentesi in 250cc e Moto2. Il nativo di Tarragona si è però tolto diverse soddisfazioni successivamente come collaudatore e anche team manager e oggi aiuta i giovani piloti asiatici provenienti dalla Asia Talent Cup, monomarca della Road to MotoGP (e in futuro Moto4 Asia Cup), nel loro cammino verso il Motomondiale.

Palmen in Motorradsport ha avuto la possibilità di intervistare Joan Olivé durante il round del JuniorGP (ora MotoJunior) a Misano. In questa prima parte, Olivé parla del ruolo che ricopre oggi e ripercorre anche la sua carriera da pilota nel Motomondiale tra gioie, riflessioni, soddisfazioni e rimpianti.

 

Joan, hai corso per tanti anni nel Motomondiale e ora stai mettendo la tua esperienza al servizio di altri piloti. Puoi ricordare di cosa ti occupi adesso?

Ora sono concentrato soprattutto sulla promozione di talenti provenienti dall’Asia, visto che lavoro nella Idemitsu Moto4 Asia Cup. Ogni anno selezioniamo i piloti che correranno nella serie e i migliori da lì vanno poi a correre nella Red Bull MotoGP Rookies Cup o nel MotoJunior col Junior Talent Team. Inoltre, da marzo a novembre mi occupo dell'allenamento e preparazione dei piloti asiatici che corrono in questa squadra, dato che in quel periodo si trasferiscono da me a Tarragona.

Joan Olive Alberto Puig
Joan e Alberto Puig alla selezione per la Moto4 Asia Cup 2026. Credit: Dorna

 

Che ruolo svolgi principalmente?

Sono il coordinatore della squadra dei meccanici e quindi il mio compito è assicurare che tutto funzioni al meglio in questa area. Inoltre, avendo io stesso corso ad alti livelli, aiuto quando possibile il coach dei piloti, che è Diego Lozano. Siccome nella coppa corrono più di 20 piloti, a volte è buono che possa aiutare Diego a preparare i ragazzi. Inoltre, come detto, seguo la preparazione dei piloti del Junior Talent Team.

 

Passiamo ora alla tua carriera da pilota, ma prima puoi raccontarci una piccola curiosità.

Quando ero giovane, prima di passare al Motomondiale, ho corso e vinto il titolo nella Movistar Cup, un trofeo da cui sono usciti molti piloti spagnoli arrivati poi al Motomondiale. Correvamo tutti con la stessa moto e dietro quell'iniziativa c'erano sempre Alberto Puig, Dorna e Honda, che diversi anni dopo hanno ideato proprio la Asia Talent Cup con una formula molto simile a quella della Movistar Cup. L'unica differenza è che allora si correva con le 125cc due tempi, mentre adesso si usano le Honda NSF250 quattro tempi.

Per me è come un cerchio che si chiude: venticinque anni fa ho vinto un monomarca che mi ha poi portato al CEV e al Motomondiale, e ora aiuto i giovani piloti asiatici a fare un percorso simile.

 

Cosa racconti dei tuoi primi anni di carriera?

Sono stati anni fantastici. Il 1999 è stato il primo anno della Movistar Cup e ho avuto la fortuna di essere selezionato per correrci e, soprattutto, di diventarne il primo campione.

Da quel trofeo sono usciti anche Dani Pedrosa, Álvaro Bautista, Julián Simón e molti altri, per rendere l'idea di quanto fosse alto il livello. Nel 2000 poi siamo passati al CEV e anche lì sono riuscito a vincere il titolo: sono diventato Campione Spagnolo 125cc battendo anche Toni Elías, Dani Pedrosa, Raúl Jara, Jorge Lorenzo e altri piloti arrivati poi in alto. L'unico che mancava in quell'anno era Bautista, perché se non ricordo male è rimasto un altro anno nella Movistar Cup, ma poi ci siamo ritrovati al mondiale.

Nel 2001 sono quindi arrivato al Motomondiale e sono rimasto lì per dieci anni, trascorsi soprattutto nella 125cc. Non sono mai riuscito a vincere un campionato del mondo, ma ho comunque avuto la soddisfazione di salire più volte sul podio e ho avuto alcune stagioni molti buone, soprattutto dal 2007 a parte del 2009.  

Joan Olive Movistar
Da sinistra: Toni Elías, Dani Pedrosa, Alberto Puig e Joan Olivé

 

Torniamo ai tuoi primi anni nella 125cc. Hai corso nel team Movistar sotto la direzione di Alberto Puig e hai avuto come compagni di squadra Toni Elias nel 2001 e Dani Pedrosa nel 2001 e 2002. Cosa ti è mancato in quel momento per giocarti regolarmente podi e vittorie, come fatto invece dai tuoi compagni di team?

Ci sono stati diversi fattori. Una volta che arrivi al mondiale, tutti vanno fortissimo e per essere tra i più veloci è importante che tu vada bene e che tutto intorno a te funzioni al meglio. Il team era molto buono, su questo non posso lamentarmi.

Credo semplicemente che, rispetto a me, Dani Pedrosa si sia adattato al mondiale ben più in fretta. Andavamo più o meno forte uguale agli inizi, anzi spesso l'ho battuto, ma nel mondiale lui è maturato più velocemente di me. Comunque quando lui ha ottenuto la sua prima vittoria iridata, ad Assen nel 2002, nello stesso weekend ho fatto il mio primo podio e anche il mio primo giro veloce nel mondiale, quindi il potenziale c'era anche nel mio caso. Alla fine del 2002 però non ho avuto opzioni per continuare in 125cc e quindi sono dovuto passare alla 250cc con una moto privata, in un periodo in cui c’era molta differenza tra le moto ufficiali e le clienti.

Credo che se, dopo il 2002, fossi rimasto in 125cc con una moto Aprilia, più grande e più adatta al mio fisico rispetto a una Honda, le cose sarebbero potuto andare diversamente. E invece sono dovuto andare in 250cc prematuramente e ciò ha poi scatenato tutto il resto. Quando si parla del Motomondiale è molto importante arrivarci, ma poi conta anche essere nel posto giusto al momento giusto. Comunque sono contento di quello che ho ottenuto: chiaramente piacerebbe a tutti essere campioni del mondo, ma mi sono divertito molto e ho fatto vari podi.

 

Da pilota che era stato più volte campione spagnolo, come hai vissuto gli anni col team Movistar, in cui faticavi a fare i risultati sperati e a tenere il passo di Pedrosa?

Ricordo quegli anni con molto stress, perché l’obiettivo di tutti i piloti è vincere e quando vedi che fai fatica, non ti diverti. Se non ottieni un risultato da podio o da primi cinque, non smetti di pensare che bisogna fare di più. In quegli anni ci sono state alcune gare buone, in cui mi sentivo bene e le cose risultavano facili, ma in molte altre è andata diversamente. Inoltre ero ancora molto giovane, avevo 16 o 17 anni, e a quell'età non hai la maturità che raggiungi dopo, potendo quindi vedere le cose da un'altra prospettiva.

Col senno di poi, in quegli anni mi sono mancate maturità e pazienza. Avevo così tanta voglia di far bene che sono caduto diverse volte e ho buttato via varie occasioni. Non ho sfruttato tutto il mio potenziale. Questa però è una cosa che impari con gli anni e ora cerco di trasmettere questo anche ai giovani piloti che seguo.  

Joan Olivé dietro a Dani Pedrosa al GP del Giappone 2001.

 

Poi è arrivato il salto alla 250cc coi team Aspar e Campetella. Che ricordi hai di quelle due stagioni?

Con Aspar siamo partiti bene, perché pur essendo io molto giovane e loro un team junior con poche risorse, nelle prime gare abbiamo ottenuto molte top 10. Poi però mi sono demoralizzato, perché vedevo che c’erano solamente poche moto ufficiali, tipo quattro o cinque Aprilia e due Honda, e ottenere una di quelle moto era sempre più difficile. Se non eri in quei team, lottare realmente per un mondiale o anche per la top 5 era molto difficile. Quando ho capito che non avrei mai avuto quella possibilità, ho deciso di tornare in 125cc sapendo che lì avrei potuto lottare ad armi pari.

 

E così è andata.

Sì. Nel 2005 sono tornato in 125cc col team Nocable.it Racing (nome in quell'anno del team World Wide Race di Fiorenzo Caponera, ndr) e sono stato compagno di team di Marco Simoncelli. Quello è stato un anno molto bello sia per i risultati, visto che ho fatto un podio e diverse belle gare, sia per come mi sono trovato col team e anche con Marco e suo padre.

Già allora ho iniziato ad avere un ottimo rapporto con Paolo Simoncelli, che dura anche oggi, perché all’epoca mio padre non mi accompagnava a tutte le gare e invece lui era sempre lì con Marco, quindi mi spostavo sempre insieme a loro per andare in circuito. Sono sempre stati molto gentili con me. Inoltre, ricordo che Marco era molto grande per la 125cc e pesava forse 15 chili più di me, ma lui riusciva comunque a metterci una pezza e ad andare fortissimo.

 

Come sono state poi le stagioni successive?

Nel 2006 poi sono passato al team SSM Racing. Era un team nuovo, creato da zero a Madrid da Manolo Burillo, e i piloti eravamo io e Federico Sandi. Era un team piccolo e con meno risorse rispetto a quelli di punta, ma il materiale era abbastanza buono e quindi abbiamo potuto fare diverse top 10 e belle prestazioni.

Nel 2007 poi è arrivato come sponsor Polaris World e questo ha alzato l'asticella. Io sono rimasto con la Aprilia RSW e in quell'anno è arrivato nel team Mattia Pasini. Mattia correva invece con la Aprilia RSA, una moto fantastica creata in quel periodo da Gigi Dall’Igna. L'aveva provata Bautista nelle ultime gare del 2006 e la RSA ha poi riportato Aprilia una spanna sopra rispetto alle altre case sia in 125cc, sia in 250cc.Io, come detto, correvo ancora con la RSW e il 2007 era per me un anno molto importante per poter ottenere, appunto, una RSA per l'anno successivo.

Quell'anno alla fine è andato bene per me, con anche una vittoria sfiorata a Istanbul contro Simone Corsi, e nel 2008 sono riuscito a passare al team Belson Derbi proprio con una RSA, a fianco di Pol Espargaró. Quello è stato forse il mio miglior anno nel Motomondiale a livello di risultati: ho finito secondo la prima gara in Qatar, poi a Le Mans ero primo fino alla bandiera rossa per pioggia...Ho avuto alti e bassi, ma quell'anno è stato positivo.

Joan Olive
Olivé in azione nel 2008.

 

E poi è arrivato il 2009, che non è andato molto bene...

Verso la fine dell'anno abbiamo perso sia il team manager (Dani Amatriain, ndr) che lo sponsor principale, e quindi il futuro del team è rimasto appeso a un filo fino a circa dicembre. È stato un peccato, perché c'era molto nervosismo all'interno della squadra e questo si è ripercosso anche sui risultati. Nel 2009 però Karlos Arguiñano (famoso chef spagnolo, ndr) ha salvato il team e ha permesso a me, Pol Espargaró ed Efrén Vázquez di fare un altro anno.

La stagione è comunque stata difficile, perché eravamo tre piloti e il team era praticamente ripartito da zero, passando inoltre da squadra ufficiale a clienti. Era tutto nuovo, ma ricordo soprattutto che Pol è andato molto bene (Olivé ha invece chiuso nono con un solo podio al Sachsenring, ndr).

 

Nel 2010 sei poi passato in Moto2, e hai vissuto un anno...

Brutto, sì. Quell’anno è stato terribile.

 

Ma cosa non ha funzionato esattamente?

Credo siano state diverse cose. Da parte mia, avendo già molti anni alle spalle in 125cc, ho faticato molto ad adattarmi ai quattro tempi e alla Moto2, una moto totalmente diversa a livello di struttura e di guida. Inoltre, il team non aveva esperienza e la moto che avevamo forse non era la migliore, anche se il mio compagno di squadra (Kenny Noyes, ndr) ha ottenuto una pole position a Le Mans. Non era nemmeno così male, però non sono riuscito affatto ad adattarmi ai quattro tempi e alla Moto2.

I risultati sono stati scarsi (zero punti e solo un 21° posto a Barcellona come miglior risultato, ndr) e quindi non ho trovato una moto che potesse permettermi di stare davanti l'anno successivo. Non mi andava di correre per fare numero e quindi ho preferito valutare altre opzioni. Lì è arrivata la possibilità di diventare collaudatore di KTM e sviluppare la loro Moto3 nel 2011. Ho anche disputato in quell'anno alcune gare in Moto2 col team Aeroport Castelló, ma già mi sentivo più tester che pilota in quel momento.  

Joan Olive Moto2
In azione nel 2010 al GP di Germania. Credit: Pius Koller

 

Qual è la soddisfazione più grande della tua carriera da pilota?

Sicuramente il primo podio ad Assen nel 2002: eravamo molto giovani e come detto sopra, in quella gara ci sono stati sia il primo successo di Dani Pedrosa, sia il mio primo podio. E venivamo entrambi dalla Movistar Cup, quindi quello è stato il coronamento del lavoro iniziato nel 1999 con quel trofeo. Quando ho conquistato quel podio ero molto giovane, avevo 17 anni. Solo due anni prima vedevo le gare del mondiale in televisione, e improvvisamente ero sul podio di Assen davanti a tantissima gente. È stato un momento indimenticabile. Anche gli anni con Derbi sono stati bellissimi.

 

C’è qualche gara in particolare che consideri come un'opportunità persa, e che avrebbe potuto cambiare il tuo futuro?

Penso soprattutto al 2008. Senza alcune cadute e alcuni errori, avrei potuto lottare per il mondiale e forse sarebbe venuta fuori un’altra opportunità che in quel momento non ho avuto. Ho anche avuto un po' di sfortuna, come in due gare che avrei potuto tranquillamente vincere. Nel 2007, in Turchia, stavo lottando per la vittoria con Simone Corsi, quando improvvisamente mi si è bloccato tutto il braccio sinistro. Non avevo più forza. lì ho perso la vittoria e sono arrivato secondo.  

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Joan Olivé festeggia il podio al GP di Turchia del 2007, nonostante la sfortuna. Credit: Rex

Nel 2008, invece, stavo ancora lottando per la vittoria, quando a tre giri dalla fine la moto ha iniziato ad avere problemi. Da lì in poi ho dovuto cambiare marcia sempre mille giri prima rispetto al normale, per non rompere il motore e arrivare alla fine della gara, e questo mi ha privato del successo. Curiosamente, anche lì stavo lottando con Simone Corsi e anche lì a vincere fu lui.