Joan Olivé: Gioie, riflessioni e ricordi nel Motomondiale (Parte 2)

Joan Olivé
Joan Olivé negli anni col team Marc VDS.

Intervistare una persona che ha vissuto il Motomondiale nei primi anni 2000 da pilota, e che continua a viverlo da vicino anche oggi, è un'esperienza per cui un appassionato di motociclismo può solo che essere grato. Perché Joan Olivé ha tanto da raccontare, sia quando si tratta della sua carriera, sia quando si guarda ai giorni nostri.

Dopo aver parlato del suo ruolo attuale nella Moto4 Asia Cup e nel MotoJunior (come si chiamano ora Asia Talent Cup e JuniorGP) e della sua carriera, in questa seconda parte Olivé ripercorre gli anni trascorsi come tester KTM e anche in Moto2 come team manager del team Marc VDS, insieme al quale ha anche vinto il titolo mondiale nel 2019 con Álex Márquez. Non mancano poi riflessioni su come è cambiato il Motomondiale e anche dei ricordi curiosi, uno su tutti legato a Marco Simoncelli. Ecco quindi la Parte 2 della nostra intervista.  

 

Com'è stato per te passare al ruolo di collaudatore?

Era un progetto tutto nuovo, iniziato nel 2011 con KTM. Non mi aspettavo la loro chiamata, ma mi piaceva molto l’idea di sviluppare da zero una nuova moto e di farlo con una casa tanto blasonata. È stato bello vedere i progressi fatti a partire dalla prima moto: dal primo test sul circuito di Castellolí, con una moto che semplicemente univa il telaio della 125cc a un motore 250cc da motocross, siamo arrivati a inizio 2012 ad avere una moto rivelatasi poi molto competitiva.

Contribuire in prima persona a tutta l’evoluzione della moto a livello di telaio, motore e sospensioni è stato fantastico, ma la cosa migliore era vedere quella moto vincere e i piloti che scendevano da essa contenti. Dietro a un progetto del genere ci sono ingegneri che sviluppano il motore, il telaio e così via, ma il collaudatore ero io e quindi per lo sviluppo si seguiva molto il mio feedback. È stato bellissimo contribuire a questo progetto e vederlo trionfare in Moto3 con piloti come Sandro Cortese, Maverick Viñales e Brad Binder.

 

Dopo hai avuto la possibilità di essere Team Manager di Marc VDS in Moto2, dal 2019 al 2021. Che racconti di quella esperienza?

Il 2019 è stato un anno molto bello, credo uno dei più belli che abbia avuto nel mondiale. In quel momento mi avevano offerto anche di lavorare in Moto3 nel team Monlau Estrella Galicia, ma ho preferito fare la Moto2 con Marc VDS. Il motivo? Conoscevo il potenziale di Álex Márquez. In tutti gli anni in cui sono stato in KTM, lavoravo anche come Team Coordinator e andavo anche a vedere i piloti in pista. Nel mentre vedevo girare anche Álex e già allora avevo visto qualcosa ed ero convinto che potesse diventare campione del mondo, come ha poi fatto proprio in Moto3 (nel 2014, ndr). Dunque ho chiesto e ottenuto di poter lavorare in Moto2, perché sapevo che avremmo potuto vincere il titolo. E così è andata.

Joan Olive Alex Marquez
Joan Olivé insieme ad Álex Márquez. Credit. Marc VDS Racing Team 

Quell’anno è stato molto bello, perché c’era un ottimo affiatamento dentro il team e quando vinci le gare e vinci il campionato, è la cosa migliore. Ci siamo divertiti molto con Álex e anche con Xavi Vierge, che ha fatto una buona stagione.

 

E come è arrivata l’opportunità di lavorare nella Asia Talent Cup?

È arrivata in un momento in cui le gare del mondiale aumentavano sempre di più, mentre io, siccome ero anche diventato padre, avevo voglia di trascorrere più tempo a casa. Per me è perfetto, visto che tra Asia Talent Cup e JuniorGP si fanno già molte meno gare, e allo stesso tempo è un ruolo davvero soddisfacente. Quando sono già in MotoGP non hai così tanto da apportare, ma quando sono giovani sono come spugne e aiutarli a crescere è davvero bello. Inoltre, mi piace affrontare le sfide difficili e provare a vincere. Se un giorno diventasse campione del mondo un pilota asiatico che non sia giapponese, sarebbe una cosa bella e nuova, che non è ancora successa in MotoGP.

 

Tra i piloti asiatici con cui hai lavorato finora, c’è qualcuno che ti ha impressionato particolarmente?

Quelli che ho visto avere qualcosa in più rispetto agli altri sono Veda Pratama e Kiandra Ramadhipa. Sono ancora molto giovani, ma vedi che hanno talento, qualità speciali e soprattutto un carattere da vincenti. Se saremo capaci di guidarli bene e loro manterranno la motivazione che hanno ora, potranno ottenere ottimi risultati.

 

Quali sono i consigli principali che dai a loro, e anche agli altri piloti che hai nel team?

Cerco soprattutto di fargli capire che i risultati arrivano lavorando duro e facendo tutto al meglio. I piloti devono fare la loro parte e devono capire che il lavoro duro viene sempre premiato. Non conta solo andare in pista e girare forte, ma anche essere in buona forma, lavorare bene col proprio team, pianificare al meglio gli allenamenti, capire quali parti della moto sono importanti e come gestire le gomme...Cose del genere, ecco. Devono capire il prima possibile tutto quello che c'è dietro a una vittoria.  

Joan Olive Kiandra Ramadhipa
Olivé (secondo da destra) e il Junior Talent Team festeggiano la vittoria di Kiandra Ramadhipa a Magny-Cours (2025). Credit: MotoJunior

 

Guardando ora all'attualità del Motomondiale, cosa pensi di come è cambiata la MotoGP rispetto a quando correvi?

La MotoGP si è evoluta tantissimo e ora è soprattutto la tecnologia ad avere un ruolo chiave. Le migliori moto hanno sempre fatto la differenza, ma ora molto di più. Ducati ha dominati negli ultimi anni e anche se sembra che altre case come Aprilia o anche Honda si stiano avvicinando, continua a esserci una certa distanza, anche se quest’anno si è visto con Marc Márquez che il pilota continua a fare la differenza.

 

Ti ho fatto questa domanda anche perché, si sa, molta gente pensa ancora che fosse meglio quando c'erano i due tempi. Tu cosa pensi al riguardo?

Non credo che fosse meglio di oggi, forse è una percezione di chi ha nostalgia dei due tempi. E li capisco, perché anche io adoro il suono di una moto a due tempi, come quando ad esempio corrono al GP de La Bañeza (gara stradale che si svolge ogni anno in Spagna, ndr). A livello di sicurezza si sono fatti grandi passi avanti. Ricordo che, quando correvo io, c'erano diversi highside e la gente si infortunava più spesso. Ora invece le cadute sono quasi tutte di anteriore, quindi meno pericolose. Inoltre, anche gli airbag sono migliorati tantissimo.

Parlando invece delle moto, è incredibile ciò che si riesce a ottenere oggi con la tecnologia. Ora però sembra che siamo andati un po' troppo oltre: si fa più fatica a sorpassare e questo fa sì che tutto dipenda sempre di più dalla posizione in cui parti. Comunque non è cambiato molto rispetto al passato. Ricordo le gare in cui Mick Doohan dominava e vinceva tutto: le Honda erano le migliori moto e anche allora c’era molta differenza tra la moto migliore e le altre. Semplicemente, nel motorsport c’è spesso qualcuno che domina rispetto agli altri, come succede anche in Formula 1.

Ora sono curioso di vedere la MotoGP con il cambio di regolamento (dal 2027, ndr). Credo che sarà interessante vedere cosa faranno le case, anche perché ci saranno molte evoluzioni nei primi due anni e forse ci saranno più moto al vertice.  

Joan Olive
Joan Olivé nel 2007.

 

Rispetto a quando correvi in 125cc, ora abbiamo il limite di età in Moto3 (e prima ancora in 125cc, ndr) e sono spariti gli "specialisti" delle classi minori...Com'era per te il motociclismo allora? E come lo vedi adesso sotto questi aspetti?

In quegli anni era davvero speciale arrivare al mondiale, perché i piloti che vedevi in pista con te erano gli stessi che seguivi in televisione da bambino. Per esempio, quando ho debuttato nel mondiale 125cc ho corso con piloti come Noboru Ueda o Lucio Cecchinello, che erano lì da molti anni, e potrei citare anche Simone Sanna, Gianluigi Scalvini, Mirko Giansanti, Masao Azuma, Youichi Ui...Gente che era lì da tantissimo tempo! E correre con loro da giovanissimo era qualcosa di speciale e impattante.

Quelli erano i tempi degli specialisti, che preferivano rimanere a vita in 125cc o 250cc anziché passare in 500cc. Ora invece le classi propedeutiche sono solo un punto di passaggio, poiché l’obiettivo è sempre e solo arrivare in MotoGP o in Superbike. È tutta un'altra mentalità, ecco.

 

Sono anche cambiate molte cose col passaggio dai due ai quattro tempi.

Sì. Ora i motori sono quasi tutti sigillati e non ci si può lavorare sopra, ma a quei tempi guardare i meccanici lavorare sulla moto era come guardare artisti che dipingevano un quadro. Ricordo che il primo ripiano della cassetta degli attrezzi era pieno di testate per il motore, e ricordo anche come facesse davvero la differenza avere i meccanici e capitecnici più bravi ed esperti. Adesso non si apprezza più tanto questa cosa, perché tutto si fa sempre di più attraverso un computer e il meccanico effettua meno lavori manuali rispetto ad allora.

 

Concludiamo con alcuni aneddoti. Per cominciare, hai un ricordo in particolare di Marco Simoncelli?

Ricordo una cosa da quando eravamo compagni di squadra nel 2005. Nonostante avesse già 18 anni, Marco si faceva sempre aiutare da suo padre Paolo a mettersi la tuta e tutto il resto. Anche io mi facevo aiutare a mio padre, ma quando ero un bambino e correvo con le minimoto, mentre lui allora era già grandicello...Non so se hanno poi continuato, ma allora vedevo il loro "rituale" a due passi da me ed era sempre una scena molto carina (sorride, ndr).  

Marco Simoncelli
Marco Simoncelli in trionfo a Jerez nel 2005, anno in cui "Sic" e Joan Olivé sono stati compagni di squadra nel team Nocable Racing.

 

E degli altri compagni di squadra che hai avuto, chi ti ha impressionato particolarmente?

Ho avuto la fortuna di avere al mio fianco piloti molto forti. Chiaramente uno che mi ha impressionato è Dani Pedrosa, per la sua capacità di adattarsi rapidamente ai circuiti e anche per il suo stile: non frenava molto forte, ma preparava molto bene le uscite di curva e questo era il suo punto di forza. Ricordo anche quando ho condiviso il box con Mattia Pasini nel 2007: aveva i suoi alti e bassi ma quando era in giornata, era quasi impossibile batterlo...

 

Concludiamo con un aneddoto simpatico!

Ne ho uno da quando ho corso col team Campetella in 250cc, nel 2004. I miei compagni di squadra erano Franco Battaini e Sylvain Guintoli ed entrambi erano abbastanza più grandi. Mi sentivo come quando in classe ti ritrovi con quelli che hanno cinque anni più di te. Franco Battaini è una persona molto metodica e precisa e addirittura teneva il suo abbigliamento in perfetto ordine e gli stivali sempre ben allineati. Sylvain invece era molto più disordinato e a volte, quando arrivava al camion e Franco non c’era, gli spostava gli stivali e la tuta e faceva come gli pareva. Se entrava nel camion e trovava qualcosa fuori posto, Franco si arrabbiava e partiva subito a chiedere: "Chi è stato?". Era divertente quando si innervosiva (ride, ndr).

Joan Olive Campetella
Foto di archivio del team Campetella nel 2004. Da sinistra: Sylvain Guintoli, Joan Olivé e Franco Battaini.

Palmen in Motorradsport ringrazia sentitamente Joan Olivé per la sua disponibilità, e gli augura il meglio per le prossime sfide che affronterà.